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Tagli, i ministeri tacciono

Sul monitoraggio delle spese per pubblicità, mostre e convegni, effettuate da tutti i ministeri nel triennio 2006-2008, solo tre dicasteri hanno risposto alle osservazioni formulate dalla Corte dei conti, gli altri hanno invece preferito non replicare a quanto sollevato dalla magistratura contabile.È quanto emerge tra le pieghe della relazione n.17 del 19.11.2011 sul «monitoraggio sulle modalità di adeguamento da parte delle amministrazioni dello stato alle osservazioni formulate dalla sezione centrale di controllo sulla gestione nell’anno 2010», che la stessa sezione della Corte ha diffuso ieri sul proprio sito internet istituzionale.La relazione ha infatti rilevato che a seguito delle numerose deliberazioni emanate dalla sezione centrale di controllo nel 2010, molte amministrazioni hanno adempiuto, con atti interni, a dare esecuzione alle osservazioni della stessa Corte.
Questo ha permesso di condurre l’azione amministrativa nell’alveo della legalità, dell’efficienza, dell’economicità e dell’efficacia, ma anche di attuare interventi correttivi a livello normativo.
Scorrendo, però il lungo elenco allegato alla deliberazione in osservazione, relativo al monitoraggio sulle conseguenze scaturenti da tutte le deliberazioni pubblicate nel 2010 dalla Corte, è possibile ricavare un dato interessante, sul punto relativo all’indagine condotta dalla stessa Corteconti in merito alle «spese dei ministeri nel triennio 2006-2008 per relazioni pubbliche, convegni, mostre, pubblicità e rappresentanza. Limiti di spesa ai sensi della legge 29 dicembre 2005, n. 266, art. 1, c. 10 e 173» (deliberazione n. 7/2010). In tale documento, indirizzato a tutti i ministeri, la Corte evidenziava una scarsa trasparenza della spesa dovuta alla mancanza di un idoneo sistema di monitoraggio delle particolari spese.
La relazione, pertanto, concludeva con l’osservazione, trasmessa ai singoli ministri, di porre in essere «correzioni di rotta». Come si vede, un invito a voler riportare il tema delle spese per rappresentanza sotto un’ottica di maggiore trasparenza. Ebbene, in replica a queste osservazioni, la stessa Corte, nella relazione pubblicata ieri, ha messo nero su bianco che, tra tutti i dicasteri «bacchettati» solo in tre hanno posto in essere misure correttive, notiziando a tal fine la Corte, secondo quanto prescrive l’articolo 3, comma 6 della legge n. 20/1994. I tre dicasteri «virtuosi» sono il ministero della difesa, dell’economia e finanze, del lavoro e delle politiche sociali. Degli altri, come, detto nessuna notizia.
Le cause della mancata replica, possono essere molteplici. Per la Corte, in linea generale, non vi è la precisa volontà di disattendere le indicazioni sollevate, piuttosto è verosimile immaginare che il silenzio mantenuto su tali profili trovi la sua origine «nella carenza organizzativa, operativa e di coordinamento dei centri decisionali coinvolti o nell’impossibilità di cambiare assetti non più modificabili, dovendosi, dunque, riferire la raccomandazione solo a progetti futuri».
Tuttavia, nel precisare che l’obbligo di riesame imposto dal citato articolo della legge n. 20/1994, non significa ottemperanza alle delibere della Corte, bensì dovere di rendere nota la rivalutazione delle modalità di svolgimento entro il perimetro individuato dalla relativa deliberazione, la Corte non può non sottolineare che le amministrazioni interessate erano comunque tenute a rendere note, come minimo, le ragioni che hanno impedito l’adozione delle misure medesime.

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