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Servizi locali chiusi al mercato

Fonte: Il Sole 24 Ore

Non decolla il riassetto delle ex municipalizzate. Non arriva un più equilibrato (e condiviso) mix pubblico-privato a gestire imprenditorialmente i servizi pubblici locali. Non s’intravvedono ancora una governance territoriale e una regolazione capaci di dare stabilità al settore e al tempo stesso superare i mille conflitti d’interessi degli enti locali proprietari di aziende e titolari della programmazione, della regolazione, delle decisioni tariffarie, del rapporto politico con i cittadini-utenti. Una miscela che resta il freno principale a un servizio di tipo industriale. Stime del mercato complessivo non sono state mai fatte ma Nomisma, con il suo Osservatorio economico sui servizi pubblici locali, ha analizzato la quota di mercato di gran lunga più rilevante, quella delle ex aziende municipalizzate che fanno capo a Confservizi. Sono anche le aziende oggetto dell’eventuale privatizzazione: un mercato di oltre 35 miliardi di fatturato annuo, 115 miliardi d’investimenti programmati, 137mila dipendenti nei soli settori di trasporto locale, rifiuti, acqua ed energia. Un mercato ancora in crescita negli anni della più forte crisi economica, che anche nel 2009 – secondo Nomisma – ha segnato un aumento del fatturato dell’1,7% (a fronte della caduta del Pil nazionale del 5%) e nel 2010 ha fatto un ulteriore salto superiore al 6 per cento. Gran parte delle 380 società più importanti di questi settori continuano a essere controllate dall’azionista pubblico. Si prendano i servizi idrici, oggi nell’occhio della polemica. Il 35% del mercato è gestito dalle società in house, controllate al 100% dagli enti locali e affidatarie del servizio senza gara. Il 17% è gestito da società miste a controllo pubblico, mentre un altro 19% è in mano a società quotate, anch’esse quasi tutte sotto il controllo pubblico. Il 20%, poi, non è stato mai affidato e viene gestito in economia dai Comuni. Ai privati resta il 5% sotto la forma della concessione a terzi. Altro che la privatizzazione dell’acqua contro cui si battono i comitati referendari, non sembra avere mai fine la stagione del “socialismo municipale”, incarnata dal dilagare dell’in house negli ultimi otto anni: a legittimarlo fuori di ogni procedura di gara è stato l’emendamento Buttiglione all’articolo 14 del decreto legge 269/2003. Italia patria dell’Azienda di Stato, di Regione, di Comune e anche di Provincia e magari di Consorzio intercomunale. Se la legge Ronchi-Fitto (articolo 15 del decreto legge 135/2009 che a sua volta modificava l’articolo 23 bis del decreto legge 112/2008 oggi soggetto a referendum) aveva aperto una stagione nuova di possibile competizione per il mercato, di riaggregazioni territoriali, di parziale privatizzazione, il referendum del 12-13 giugno rischia di azzerare tutto, proclamando per i secoli dei secoli il dominio unico e incondizionato delle aziende pubbliche e dell’in house, ancora più di quanto sia stato finora. Aziende pubbliche e poltrone pubbliche, sia chiaro, con il ringraziamento della “casta”. Perché, a differenza di quanto si creda e di quanto hanno fatto credere i comitati promotori del referendum, in palio il 12-13 giugno non c’è soltanto la gestione dell’acqua, ma di tutti i servizi pubblici locali, rifiuti, bus, metropolitane. Ne stanno fuori elettricità, gas, ferrovie e farmacie perché escluse già dalla legge Ronchi-Fitto, con emendamenti mirati introdotti in Parlamento su segnalazione delle singole lobby. Proprietà pubblica non significa inefficienza, sia chiaro. Del campione Nomisma-Confservizi le aziende che presentano una perdita sono il 26,3%, con punte del 33,3% nel trasporto pubblico locale e minimi nell’energia con il 16,7 per cento. In linea con il totale del campione le multiutility, che generano il 62% del fatturato totale e vanno in rosso nel 24,4% dei casi. Risultati che portano anche l’interesse dei privati e magari dei grandi gruppi stranieri. Un’altra affermazione da sfatare è che la legge Ronchi-Fitto imponga la privatizzazione dell’acqua o di qualsiasi altro servizio: in primo luogo i Comuni dovranno mettere fine all’in house e alle concessione private assegnate senza gara per passare a una gara cui siano ammesse aziende pubbliche e private. Sono in molti a prevedere che l’esito di questo potrebbe essere una “spartizione territoriale” fra le grandi aziende pubbliche quotate (Acea, A2A, Hera) nei rispettivi territori. Solo quegli enti locali che non vogliano fare la gara e vogliano riconfermare il servizio alle proprie aziende, dovranno privatizzarne il 40%, scegliendo il socio privato sempre con gara. La strategia di fondo che porta gli enti locali alla cessione di quote non è quindi favorire il privato, ma proprio quella opposta: tenersi il controllo del servizio e dell’azienda con il 60% del capitale azionario. Un’interpretazione più prudente la dà Roberto Bazzano, presidente di Federutility, l’associazione cui aderiscono le aziende di gestione dell’acqua, quasi tutte pubbliche. «Se quel referendum passasse – dice – non cambierebbe proprio nulla rispetto a oggi perché il potere di decidere come affidare il servizio spetta agli enti locali, anche in base ai principi e alle norme europee». Federutility ha rotto gli indugi un paio di settimane fa e si è schierata seccamente contro i due referendum, quello sulla legge Ronchi-Fitto e quello ancora più devastante che vieta la remunerazione del capitale investito mediante la tariffa. Roba da soviet, che contravviene anche al principio ambientalista per eccellenza, il full cost recovery, riconosciuto anche dall’Onu e dalla direttiva quadro europea 2000/60, la copertura di tutti i costi correnti e d’investimento con la tariffa, anche per responsabilizzare il consumo di acqua e garantire una distribuzione equa (le fasce deboli sono protette da apposite agevolazioni). Oggi a Roma una famiglia spende mediamente 177 euro l’anno per l’acqua, a Berlino ne spende 968, a Parigi 733, a San Francisco 419, a Barcellona 393. La tariffa resta uno dei problemi per fare un salto, così come la regolazione e la partecipazione dei cittadini ai processi decisionali. Quel che è certo è che i referendum oggi provocano un’altra attesa, un’altra paralisi, soprattutto degli investimenti, in un settore spesso penalizzato da quello che Bazzano chiama il “pendolarismo normativo”: aziende municipali, poi gare e ancora il ritorno all’in house, poi di nuovo gare e poi manca la norma, passa l’emendamento, si attende il regolamento. Ora – con il varo del regolamento attuativo della legge Ronchi-Fitto – ci sarebbe tutto per passare al nuovo regime, che per altro molte aziende locali e molti Comuni non hanno affatto digerito, proprio perché limitativo della loro scelta di affidamento del servizio. Già dal 1° gennaio 2011 si sarebbero dovuto chiudere le gestioni privatistiche e in house che erano state affidate senza gare e non rispondevano ai principi Ue. La parte più grossa riguardava il trasporto locale, che ha avuto una proroga a fine anno con il decreto legge mille proroghe e i successivi Dpcm attuativi. La parte più rilevante delle gare si dovrebbe tenere comunque alla fine di quest’anno. Quanto agli investimenti, la parte del leone la fa il servizio idrico integrato, che ha pianificato per acquedotti, fognatura e depuratori lavori per 64 miliardi in 30 anni, 2,13 l’anno, ma in realtà riesce a realizzarne la metà. Pesa molto il freno con cui gli Ato (gli ambiti territoriali ottimali amministrati dai Comuni) si adeguano alle previsioni tariffarie dei piani di ambito e le previsioni di erogazioni di acqua non di rado ottimistiche. Nelle stime di Confservizi, 19 miliardi sono poi programmati per termovalorizzatori e impianti di compostaggio dei rifiuti, 6,5 miliardi è l’investimento necessario nei prossimi sette anni nel rinnovo del parco veicoli del trasporto pubblico locale, 22 miliardi per treni e ferrovie locali, 4,6 miliardi per la rete distribuzione del gas.

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