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Riformare subito le tariffe e rafforzare la nuova Agenzia

Fonte: Il Sole 24 Ore

Che cosa si può e che cosa si deve fare, dopo il sì ai due referendum sull’acqua, per garantire un passo avanti nella gestione delle risorse idriche in Italia? Antonio Massarutto, docente di politica economica a Udine e direttore dello Iefe (Bocconi), è da anni in prima linea sui temi delle risorse idriche (il suo ultimo lavoro Privati dell’acqua? è edito dal Mulino). Sul referendum aveva promosso un appello che auspicava: «Finita la bagarre referendaria, forse si potrà tornare a ragionare». Il valore politico del referendum. «Sarebbe sbagliato minimizzare il risultato elettorale», dice Massarutto, anche se la consultazione poco dice, aldilà degli slogan, di quale possa essere un modello di gestione che tenga conto dei principi referendari ma al tempo stesso sia praticabile. «La pars costruens dei referendari ? dice Massarutto ? è più debole della pars destruens e si è espressa finora in una proposta di legge di iniziativa popolare molto demagogica. La strada della rifiscalizzazione integrale non la vogliono percorrere neanche molti di quelli che hanno sostenuto il referendum. Penso però che in Parlamento esaminare quella proposta sia la prima cosa da fare, per sgomberare il campo e non parlarne più». Gli impatti immediati del referendum. Nessun terremoto immediato. L’unico dubbio riguarda le società quotate in Borsa per cui il regolamento comunitario potrebbe non essere sufficiente. «Bisognerà intervenire in qualche modo per salvaguardare queste gestioni, non avrebbe alcun senso azzerarle ora». Gli affidamenti con gara e l’in house. Per Massarutto la gara non è una panacea a tutti i mali. «È uno strumento di concorrenza debole». Non è un problema lasciare agli enti locali una maggiore discrezionalità, a condizione però che siano introdotti criteri più stringenti di trasparenza contabile e meccanismi di valutazione dell’azione degli amministratori sulla base dei risultati Il principio dell’equilibrio economico – finanziario. «Bisogna introdurre principi contabili di redazione dei bilanci che consentano di evitare che i costi della gestione si scarichino sull’imposizione generale. Occorre una disciplina contabile più ferma che costringa le aziende a dare prova della propria solidità finanziaria e patrimoniale oltre il singolo esercizio. È troppo facile per un sindaco tenere le tariffe basse per poi scaricarle sull’indebitamento di un’azienda». La remunerazione del capitale. «Azzerarla non ha alcun senso economico, la remunerazione del capitale equivale al costo finanziario dell’investimento in un settore che di investimenti vive». Quello che si può e si deve fare è «ancorarla maggiormente alle condizioni e agli andamenti del mercato» perché la remunerazione fissata per sempre nel 1996 «era forse troppo bassa allora ed è forse troppo alta oggi». Riforma della struttura tariffaria. Non è solo la questione della remunerazione del capitale a pesare oggi sulla scarsa efficienza della tariffa idrica. «La struttura tariffaria è oggi concepita in modo troppo regressivo, penalizza i poveri più dei ricchi. Inoltre, non penalizza a sufficienza chi consuma più acqua». Va riformato il “metodo normalizzato”, che, introdotto nel 1996, non è mai stata rivisto, come pure prevedeva la stessa legge Galli. «Il price cap opera in modo molto poco efficace, il criterio di revisione tariffaria è estremamente opaco, sarebbe necessario introdurre meccanismi di incentivo più efficaci di contenimento dei costi, per esempio con bonus e malus per chi si attesta sotto o sopra certi costi standard, con verifiche successive al periodo considerato sulla base del profit sharing utilizzato per l’energia elettrica e il gas». Questa è la riforma più urgente e qui c’è anche la più grave responsabilità della politica. «Ministri di ogni colore politico hanno una grave responsabilità nell’aver lasciato incancrenire un cadavere che cammina». Riforma non radicale della legge Galli. «C’è bisogno di una revisione non radicale, ma ordinaria della legge Galli, che ha dimostrato di funzionare, ma va corretta sulla base dei risultati ottenuti. Questo atteggiamento è fondamentale perché nel frattempo le cose stanno accadendo, le gestioni vanno avanti, le banche danno finanziamenti, gli investimenti procedono e non si può vivere nell’attesa di una rivoluzione che intanto paralizza tutto. Ovunque nel mondo la stabilità e la prevedibilità delle regole sono il requisito fondamentale per questo settore, perché chi ci mette i soldi deve sapere a quali rischi va incontro”. La regolazione: bene i poteri della nuova Agenzia. Un passo avanti, uno indietro, uno di lato con la nuova Agenzia di vigilanza sulla risorse idriche introdotta dal Governo con il decreto legge per lo sviluppo. «Il passo avanti» è nell’affidamento di poteri che consentono di assumere decisioni senza dover passare sempre per un decreto ministeriale dell’Ambiente. Per esempio, nella revisione del metodo tariffario non ci sarà più bisogno della firma del ministro. Bene anche la possibilità, mai data al Conviri, che la reclamava, di sanzionare i gestori che non forniscono i dati richiesti. La regolazione: male la struttura dell’Agenzia. Il passo indietro che rischia di fare il Governo sulla regolazione Massarutto lo sintetizza così: «Ha la testa dell’Authority ma il corpo di un’Agenzia». La struttura di raccolta ed elaborazione dei dati è debole e l’organico è definito dal ministro facendo ricorso a risorse in carico ad altre amministrazioni. Un handicap gravissimo considerando che oggi questo settore ha bisogno «di produrre informazioni certificate e validate che consentano di valutare le tante specificità sul territorio ed elaborare benchmarking su cui lavorare ogni giorno, piuttosto che varare norme in anticipo valide per tutti». Quanto al passo di lato, nasce da riforme «che sono sempre incomplete e provvisorie». La qualità del servizio e delle prestazioni dei gestori. «Dall’introduzione della legge Galli ci sono stati miglioramenti notevoli nel servizio, ma sono ancora insufficienti rispetto a quel che serve e alle aspettative degli utenti». Soprattutto, «è necessario codificare meglio le prestazioni garantite e anche le forme di indennizzo dovute all’utente qualora non si raggiungano gli obiettivi, con sanzioni proporzionati e credibili».

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