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Pagamenti, cresce il ritardo

Fonte: Il Sole 24 Ore

Una rinegoziazione che porta all’allungamento extra dei termini di pagamento concordati. Con questa operazione di maquillage molte imprese italiane hanno cercato di migliorare la loro puntualità per presentarsi come buoni pagatori secondo i parametri di Basilea. «I credit manager italiani ci confermano l’allungamento dei tempi concordati e così il meccanismo del ritardo di fatto viene istituzionalizzato – sottolinea Marco Preti, amministratore delegato di Cribis D&B, società del Gruppo Crif specializzata nelle business information delle imprese -. Rinegoziare è ormai un fatto comune».
Tempi di pagamento più lunghi anche nell’Europa messa sotto scacco dalla recessione ma con due eccezioni positive. Al primi due posti dello «Studio pagamenti sulle aziende italiane ed estere», che verrà presentato giovedì a Milano da Cribis D&B e Il Sole 24 Ore, ecco le imprese tedesche e svizzere, in assoluto le più ligie al momento del saldo. Seguono quelle olandesi che nel 2011 hanno migliorano le loro abitudini riuscendo così battere le italiane, con una differenza di un solo punto percentuale.
Il tessuto produttivo nazionale, in quello che è considerato l’anno più duro dal dopoguerra, nonostante la prassi della rinegoziazione, ha visto calare la quota dei buoni pagatori, nel 2011 erano il 45,7% delle imprese contro il 49,6% del 2008, ma nel complesso scenario europeo è pur sempre riuscito a fare meglio di quello di altre economie. Infatti la media europea registra un lieve deterioramento dei tempi di adempimento rispetto al 2008, anno pre crisi, dal 40% al quasi 38 per cento.
In questa cartina di tornasole degli effetti della crisi spicca la locomotiva Germania, che in quattro anni è riuscita a migliorare di venti punti, passando dal 54,4% del 2008 al quasi 75% del 2011 il numero di imprese puntuali. In buona progressione anche Belgio e Olanda mentre la Francia è rimasta stabile: Oltralpe un’azienda su tre paga alla scadenza.
Ben diversa la situazione a Est dove in Polonia è stata registrata la flessione più consistente (-12 punti percentuali) dei buoni pagatori. In Spagna è stato sfiorata quota -10 punti mentre per Portogallo e Regno Unito la flessione è stata di due punti.
«All’estero non si allungano i termini di pagamento salvo che in Spagna ma non ai livelli italiani, dove siamo abituati male» spiega Antonio Foresti, amministratore delegato della Jcoplastic, mini corazzata di Battipaglia con filiali in Germania, Francia e Spagna, che produce contenitori plastici esportati in tutta Europa. «I clienti francesi, per esempio, quando hanno un intoppo mi avvisano prima del ritardo» aggiunge. «Rispetto al passato l’attenzione al credito commerciale è molto più elevata e le aziende fanno sempre più pressing sui clienti – rimarca Preti – ma non è una operazione a costo zero perché si deve avere una diversa organizzazione interna».
Lo studio evidenzia inoltre il massiccio ricorso al “lieve ritardo”, prassi utilizzata da circa un’azienda su due e che comporta il saldo entro i trenta giorni successivi alla data concordata.
C’è poi quel continuo stillicidio dei rinvii. La situazione è più preoccupante in Polonia, Spagna e Portogallo dove si concentrano le situazioni più critiche, quando si arriva a superare i 120 giorni di ritardo e il credito entra tra quelli a rischio insoluto.
Lo studio Cribis D&B analizza inoltre gli scambi con i paesi extra Ue. Qui emerge la situazione estremamente positiva di Taiwan, dove ben i due terzi di imprese si rivelano puntuali, e del Messico: performance ottime ma non all’altezza di quelle della Germania. Negli Usa la quota dei buoni pagatori arriva al 51% mentre in Cina e Hong Kong ci si aggira intorno al 34%. «È complesso fare business nel mercato cinese – continua Preti -, dove ci si misura con retaggi culturali e difficoltà del diritto». C’è anche un particolare che accomuna le aziende Usa a quelle cinesi: è la quota di imprese, intorno al 7,5% che mediamente pagano oltre i 90 giorni, un ritardo grave che accomuna le due superpotenze.

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