Per una non fortuita coincidenza molti consigli comunali terminano i lavori, prima di una lunga sospensione estiva, con violente discussioni o rapidissime approvazioni di lottizzazioni, piani particolareggiati, ecc. E’ proprio in estate che la città assume nuove forme approfittando della distrazione generale. A queste vicende sono attenti solo i diretti interessati o quanti si esercitano nel gioco ormai facilissimo di scoprire quali sono le imprese o i proprietari che riceveranno dalle delibere i maggiori vantaggi. Del resto, il concetto di «impresa politicamente vicina all’am-ministrazione» è stato formulato a voce alta, forse in un momento di distrazione o di affaticamento, dallo stesso sindaco di Bari Emiliano. Eppure, non c’è argomento che dovrebbe appassionare più di quello rappresentato dalla propria città, dalle modalità con cui essa cresce e si sviluppa, dalle sue forme e della sua organizzazione. Guardare con attenzione alla propria città significa in definitiva riflettere su noi stessi e sulla nostra vita presente e futura. Non occuparsene comporta delegare il nostro destino ad altri che – tecnici o amministratori che siano – possono muoversi e decidere secondo criteri ed obbiettivi anche ben lontani dai nostri. Sembra passato un secolo dagli anni ’70 quando la parola d’ordine era partecipare. Persino i cantautori ammonivano che «democrazia è partecipazione». Di questa partecipazione la città era il campo naturale e prediletto: il coinvolgimento dei cittadini era – quantomeno a parole – un passaggio obbligato della progettazione architettonica e, soprattutto, di quella urbanistica. Nacquero allora, da Roma a Bari ed Otranto, persino i Laboratori di quartiere per offrire ai cittadini luoghi ed occasioni per incontrarsi e decidere sul proprio ambiente urbano. Quegli anni sono lontani e sono, in buona misura, anche dimenticati. Dall’urba-nistica partecipata si è passati all’urbanistica distratta. Il cittadino è diventato un consumatore passivo di servizi, di città e persino di abitazioni. La delega distratta è diventata un principio generalizzato. L’urba-nistica viene in questa logica considerata sbrigativamente «la» risposta mentre la sua funzione è quella di definire i problemi. L’urba-nistica è il problema e non la risposta. La sua rilevanza è nel definire i termini del rapporto tra le persone e tra queste e la propria città, nel presentare futuri alternativi e possibili ed infine nel consegnare queste scelte, aperte ed istruite, alla discussione ed al confronto tra i cittadini. Un recentissimo saggio di Thierry Paquot, insolita figura di filosofo che dirige la prestigiosa rivista Urbanisme, si intitola L’urba-nisme c’est notre affaire (L’atalante, Nantes 2010). L’urbanistica, è la tesi, è affare che riguarda tutti i cittadini. Non è quindi questione da lasciare a tecnici, amministratori ed operatori immobiliari nelle adunanze estive dei consigli comunali. Il rischio, per nulla teorico, è che in autunno ci si risvegli in una città sempre più lontana dai nostri bisogni e dai nostri desideri.
L’urbanistica distratta
I cittadini e le scelte strategiche
Corriere del Mezzogiorno, BariLeggi anche
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