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«L’Italia non spende il 60% dei fondi europei»

Il governo sta cercando in tutti i modi le coperture per riformare Iva e Imu, ma restiamo un Paese che non è ancora riuscito a spendere «circa il 60% dei fondi strutturali europei disponibili». Lottiamo per ottenere un anticipo dei fondi Ue contro la disoccupazione giovanile, ma «dei non trascurabili finanziamenti europei per ricerca, innovazione e sviluppo tecnologico riusciamo a utilizzare poco più del 50% della quota a cui potremmo aspirare». Parlare con Enzo Moavero Milanesi, ministro degli Affari europei con Monti e poi con Letta, negoziatore per eccellenza dei principali dossier che riguardano l’Italia a Bruxelles, significa anche elencare una serie di occasioni non sfruttate. Oltre che di falsi miti. ll dibattito italiano è spesso racchiuso nella cornice ripetitiva di ciò che l’Europa può fare, o dovrebbe fare, per noi; la prospettiva di Moavero è piuttosto fatta di opportunità e vincoli reali: su Iva come su Imu «ciò che importa è il mantenimento dei saldi netti finali»; su «una diversa valutazione degli investimenti pubblici produttivi troppo spesso si dimentica che parliamo di una flessibilità appannaggio dei Paesi cosiddetti virtuosi, dunque entro il limite invalicabile del 3% di deficit annuale».

Cosa si attende l’Italia dal prossimo Consiglio europeo? Letta vuole «risultati concreti». 
«Contiamo di ottenere risultati tangibili per gli interessi del Paese. In primo luogo la focalizzazione della lotta alla disoccupazione giovanile, che sta diventando un obiettivo europeo, anche per merito dell’iniziativa del nostro governo. In questo quadro miriamo a un’accentuazione del riorientamento dei fondi strutturali. Nel bilancio europeo in corso, 2007-2013, C’è all’incirca un 60% di fondi assegnati all’Italia e non spesi, un livello di impiego che varia intorno al 40%. Un ritardo che è diventato un costo insostenibile, considerato il cofinanziamento nazionale parliamo di un cifra pari a circa 30 miliardi di euro. Invece di trascurare per negligenza risorse strategiche, stiamo puntando a rimodularle a favore dell’occupazione delle fasce più giovani della popolazione. E nel bilancio Ue 2014-2020 abbiamo l’intero ammontare a disposizione, oltre 55 miliardi di euro, che dobbiamo iniziare subito a programmare».

Misure importanti, ma l’impressione è che siano iniziative di lungo periodo e con scarsa ricaduta concreta sull’economia. 
«Capisco questa percezione, ma non è corretta. L’anticipo della possibilità di spendere la nuova linea contro la disoccupazione giovanile, 6 miliardi di euro, anche se non particolarmente capiente, sarà molto importante per i suoi effetti. Puntiamo ad ottenere l’impiego di questi fondi già all’inizio del 2014, con una programmazione puntuale entro la fine di quest’anno, per poi consentire che miri a un rifinanziamento del programma».

Saranno solo poche centinaia di milioni di euro, mentre nella maggioranza c’è chi reclama uno choc economico. Non è troppo poco? 
«E vero che su molte politiche europee si è persa una visione d’insieme, non si è comunicato a dovere sugli effetti positivi dei provvedimenti, che non sono sempre stati attuati con la dovuta celerità. Ma anche per questo il prossimo Consiglio Ue sarà importante. A un anno dall’adozione del Patto per la crescita e l’occupazione verrà fatta una valutazione sullo stato di attuazione del piano, che prevede numerosi incentivi per imprese e microimprese, per il sistema industriale europeo. E inoltre in atto una revisione delle cruciali norme degli appalti pubblici. Sono tutti temi vitali per il nostro sistema Paese, così come la cosiddetta unione bancaria, su cui stiamo facendo passi avanti, tema che può sembrare astratto ma che invece riguarda la garanzia del risparmio dei cittadini europei e influenza le valutazioni degli investitori esteri».

Usciremo in modo ufficiale dalla procedura di infrazione per extradeficit. Da settimane si dibatte sui vantaggi finanziari per il Paese. Sono sopravvalutati? 
«Non credo. Aumenta la nostra credibilità sui mercati, la nostra capacità di incidere sulle politiche della Ue, otteniamo vantaggi significativi sul costo del finanziamento del debito pubblico e maggiore libertà di fare alcuni investimenti pubblici produttivi».

Li scomputeremo dal deficit? 
«No. Dovremo sempre restare al di sotto del 3%. Spesso si ritiene che questi investimenti non verranno calcolati ai fini del deficit. Ma non stiamo parlando di scorporo, di golden rule, che al momento resta un dibattito soprattutto per economisti. La contabilizzazione non può non esserci, solo che la valutazione in sede europea su una parte del deficit potrà essere positiva, una sorta di deficit virtuoso, cosa non indifferente per i mercati e per gli investitori. E al momento esiste una riflessione in corso su cosa debba intendersi per investimenti pubblici produttivi». 

(Fonte: Dipartimento politiche comunitarie)

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