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L’industria a secco di ordini

Fonte: Il Sole 24 Ore

È davvero così grigio il futuro? Il forte calo degli ordini all’industria registrato a gennaio è stato un brutto colpo. Non del tutto inatteso anche se le sue dimensioni e, soprattutto, i settori coinvolti, sollevano qualche interrogativo.
I numeri però sono brutti, non pessimi. È vero che le commesse – che permettono di valutare le prospettive dell’attività economica – sono calate del 7,3% rispetto a dicembre (-7,6% quelli interni e -7,3% quelli esteri) e del 5,6% rispetto a gennaio 2011; ma questa non è del tutto una sorpresa. L’indice Pmi (elaborato da Markit/Adaci) di gennaio aveva poi già indicato – per il settore manifatturiero, un po’ più ampio di quello industriale – una riduzione degli ordini, sia pure a un ritmo meno intenso rispetto a dicembre. I dati mensili non indicano un rallentamento, ma in quelli trimestrali la variazione dell’indice è effettivamente passata dal -3,9% di agosto-ottobre a un -2,9% di novembre-gennaio, grazie però soprattutto al rimbalzo degli ordinativi registrato nel mese di dicembre (+5,5%). Le medie mobili trimestrali, più affidabili perché permettono di estrapolare grosso modo una tendenza rispetto alla forte variabilità di questi dati, sembrano intanto segnalare che gli ordini potrebbe aver raggiunto, o essere vicino al livello minimo di questa fase.
L’indice Pmi/Adaci di febbraio – diffuso a inizio mese – è coerente con questa ipotesi. Le commesse continuano a calare – per il nono mese consecutivo ormai – a causa «dell’impatto dell’ultima manovra finanziaria in combinazione con l’incertezza che aleggia tra i clienti». L’indice degli ordini, pur restando in zona “riduzione”, è però migliorato ed è tornato il mese scorso ai livelli di luglio. Alcune imprese, inoltre, avevano segnalato nuovi «ordini provenienti dalla Cina, dalla Germania e dagli Usa», non a caso tre paesi che quantomeno “tengono” (anche la produzione industriale tedesca, a gennaio, è salita).
Questa frenata permette di escludere scenari troppo pessimistici, e non a caso l’indice Ocse Cli, che segnala con circa sei mesi di anticipo l’inversione di tendenza del ciclo del prodotto interno lordo, già indica come possibile, ma non certa, una svolta; forse a partire da maggio.
A sorprendere, allora, è piuttosto la dimensione e la composizione della flessione delle commesse italiane.
Tutta Eurolandia ha probabilmente registrato una riduzione degli ordini a gennaio; i dati per l’area saranno diffusi giovedì, ma gli economisti di Barclays e quelli di Citigroup prevedono un calo limitato all’1,5% mensile.
Le commesse tedesche, già pubblicate, sono scese più rapidamente, del 2,7%: un ritmo piuttosto forte per questo paese, determinato dal rallentamento della domanda globale. È però interessante, in questo caso, il dettaglio: il settore strategico dei macchinari ha registrato una flessione del 6% in Germania (che si trasforma però in un +2,4% destagionalizzato) mentre è crollato dell’11,7% grezzo in Italia, dove hanno subìto cali a volte vistosi anche i mezzi di trasporto (-10,2%), i computer e l’elettronica (-9%), i tessili (-5,7%) e la metallurgia (-5,3%, sempre non destagionalizzati). In controtendenza, nel nostro Paese, i farmaceutici (+6,5%).
La debolezza di questa fase dell’economia è stata poi confermata anche dalla forte flessione dei fatturati: – 4,9% mensile (-5,2% sul mercato interno, -4,5% su quello estero), -4,4% annuale (-7,1% sul mercato interno, ma +1,3% su quello estero). Tenendo conto dell’inflazione piuttosto alta (+0,7% mensile, +3,3% annuo i prezzi alla produzione a gennaio; +0.3% mensile, +3,2% quelli al consumo) e dell’andamento della produzione industriale in volumi (-2,5% su dicembre, -5% su gennaio 2010), ne emerge un quadro poco consolante sia per l’andamento dei valori aggiunti che per quello della domanda, soprattutto interna. Su un orizzonte temporale un po’ più ampio, i fatturati sembrano però oscillare attorno a una media piuttosto stabile da almeno due anni a questa parte.

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