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Legge di Bilancio 2020: il testo bollinato dalla RGS

Legge di Bilancio 2020, il testo bollinato dalla RGS: il punto di vista dei Comuni

È stato bollinato dalla Ragioneria Generale dello Stato il testo della Legge di Bilancio 2020 che ora entrerà in Parlamento per il consueto iter di approvazione da effettuare entro il 31 dicembre. Ma quali sono le principali misure per gli Enti locali contenute in Manovra? E quali i nodi più insidiosi messi in evidenza dai rappresentati dei sindaci? Lo scopriamo attraverso le dichiarazioni del presidente ANCI, Antonio Decaro, riportate questa mattina sul Sole 24 Ore.

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La fusione di IMU e TASI non serve ad aumentare le tasse, ma a semplificare la vita dei cittadini e dei Comuni. E con la riforma della riscossione possiamo partecipare davvero alla lotta all’evasione fiscale”. Tra le tante platee scontentate dalla manovra che sta per iniziare il proprio percorso parlamentare non c’è quella dei sindaci. “Intendiamoci – spiega il presidente dell’ANCI, il sindaco di Bari Antonio Decaro -, la Manovra va migliorata su molti aspetti, ma guardando il contesto generale riconosco che degli sforzi sono stati fatti, in parte anche in continuità con il governo Conte-1. Sarà cruciale il lavoro del Parlamento: e visto che i partiti della maggioranza sono ansiosi di mettere bandierine sui vari provvedimenti, spero che sulla manovra si formi anche un partito per i sindaci”.

Quali sono l’aspetto più importante e la mancanza più grave nella manovra vista dai Comuni? La norma che avvia la ristrutturazione del debito degli Enti locali è un successo storico, voluto tenacemente dall’ANCI superando tutte le resistenze ministeriali e di Cassa depositi e prestiti. A mancare, ancora una volta, è il ristoro dei 560 milioni all’anno della spending review scaduta nel 2018, su cui aspettiamo a breve la decisione del Tar. Ma accollare il debito locale allo Stato non significa scaricare le responsabilità? La richiesta di autonomia vale sui fondi e non sui debiti? Non è così. Con questo meccanismo chiediamo semplicemente di poter fare quello che fa ogni cittadino quando va in banca a rinegoziare un mutuo. Solo per i Comuni i vecchi mutui sono intoccabili, e caricano il bilancio di interessi anche al 5-6%, lontanissimi da quelli attuali. Sviluppando in modo generalizzato il sistema sperimentato con il salva-Roma si ottiene una soluzione che produce risparmi per il bilancio pubblico senza penalizzare nessuno. A Cdp forse non sono così entusiasti. Ma bisogna ricordare che la Cassa nasce per sostenere i Comuni, mentre oggi sembra occuparsi di tutto, dalle aziende alle operazioni immobiliari, meno che dei sindaci. Con questa norma può tornare a farlo.

Anche nel capitolo Enti locali il fisco domina. La fusione di IMU e TASI, con aliquota standard all’8,6 per mille, torna ad agitare il rischio di aumenti di tasse sul mattone. Rischio che non c’è, perché i margini di autonomia sono gli stessi di prima e in manovra alcuni interventi, come il ripristino dei 110 milioni del fondo IMU-TASI per tre anni, aiutano a evitare altre pressioni sui bilanci. L’obiettivo è la semplificazione, che certo ha bisogno di tempo e si potrà completare nel 2021. Ma proprio sulla semplificazione bisogna fare di più: oggi dobbiamo attivare 16 procedure solo per bandire un concorso, ci sono dati di bilancio che comunichiamo più di 40 volte all’anno. Abbiamo fatto un calcolo minimale: anche ipotizzando un solo dipendente per Comune che si occupa di questa mole di adempimenti inutili, buttiamo 280 milioni all’anno. La manovra dà ai Comuni più poteri sulla riscossione, e c’è chi evoca il rischio di abusi. È un rischio reale? Anche qui, bisogna guardare alla realtà. Oggi la riscossione non ha gli strumenti per funzionare, l’ingiunzione è regolata da un Regio decreto del 1910 e le norme sulle notifiche sembrano studiate apposta per favorire i ricorsi. La manovra ci dà gli strumenti per far funzionare la macchina delle entrate: io non voglio sapere quanti soldi ha in banca il signor Rossi, ma devo sapere almeno se un conto in banca ce l’ha. I «tagli ombra» però continuano, perché del reintegro della vecchia spending da 560 milioni non c’è traccia. Come se ne esce? Capiamo bene che gli spazi del governo sulla spesa corrente sono risicati. E proprio per questo proponiamo una soluzione progressiva, che recuperi il taglio in più anni. Il silenzio, invece, non va bene, perché Governo e Parlamento si devono assumere la responsabilità di dire se vogliono tagliare o no i fondi ai Comuni. Sugli investimenti i margini sono maggiori, ma alcuni programmi come la “rigenerazione urbana” partiranno solo nel 2021. Come si può accelerare? Siccome un po’ di fondi ci sono, proponiamo di concentrarci su due filoni: le periferie nei Comuni medi e grandi, che hanno bisogno di fondi continui e non episodici, mentre per i piccoli Comuni si può partire da progetti specifici: per esempio Vittorio Sgarbi, che è sindaco a Sutri, mi ha suggerito un programma di finanziamenti per l’illuminazione dei beni storici, artistici e archeologici dei centri storici nei piccoli centri. Lo ha chiamato «luci nella storia». Mi sembra un’ottima idea.

* In collaborazione con Mimesi s.r.l.

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