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Il Comune dà l’esempio

Fonte: Il Sole 24 Ore

Eppur (ci) si muove. Anche lasciando a casa la vecchia, cara (in tutti i sensi) automobile. Proprio così: nonostante il ritardo rispetto agli altri Paesi europei e a dispetto di strategie non sempre coordinate, il concetto di mobilità sostenibile sta cominciando a entrare nella mentalità e nelle abitudini degli italiani. Basta guardare l’indagine 2010 condotta da Euromobility, l’associazione dei mobility manager, nelle maggiori cinquanta città della penisola. Nella classifica finale vince Venezia, seguita da Parma e Torino. Ma già i dati complessivi mostrano una significativa tendenza. Per la prima volta l’indice di motorizzazione risulta in calo: 60,84 vetture in circolazione ogni cento abitanti contro 61,32 della precedente rilevazione. Sale sensibilmente il numero dei veicoli a metano e Gpl, oggi pari al 6,06% del totale. L’utilizzo del bike sharing registra un incremento del 51,14% (dopo una crescita del 206 % nel 2008). In lieve sviluppo pure il car sharing: più 0,7% (negli anni scorsi, tuttavia, si era sempre registrata una crescita a doppia cifra). «L’Italia – sostiene Lorenzo Bertuccio, direttore scientifico di Euromobility – conferma le sue anomalie: l’altissimo numero di auto, quindici punti sopra la media europea, e la povertà del trasporto pubblico, specie riguardo alle metropolitane. In ogni caso, un fatto è chiaro: se si mettono in campo vere alternative, servizi efficaci, strutture adeguate, i cittadini se ne accorgono, eccome». Non è solo questione di strade intasate, benzina alle stelle, aria irrespirabile. «Anche in materia di mobilità – sottolinea Alberto Colorni, professore del Politecnico di Milano, esperto di design dei servizi – stanno emergendo quei comportamenti di condivisione, social networking, scambio di bisogni e nello stesso tempo di competenze tipici della rete. Comportamenti da valorizzare. Per cominciare, bisognerebbe smetterla di discutere di mobilità sostenibile in termini ideologici: i problemi vanno affrontati con logiche di puro vantaggio». Tradotto, i cittadini devono trovare in qualche modo conveniente spostarsi con soluzioni a basso impatto ambientale. A Venezia ci stanno provando seriamente. Certo, la città lagunare, per la sua conformazione, vanta a livello nazionale il minore tasso di motorizzazione e il maggiore impiego di mezzi pubblici. In terraferma, però, si può fare di più. E meglio. Puntando sul car sharing (prima assoluta per numero di utenti) e soprattutto sulle due ruote. «Nel 2006 – racconta Franco Schenkel, papà delle iniziative comunali – abbiamo approvato un Biciplan che porterà alla realizzazione, entro il 2016, di oltre 200 km di piste ciclabili. A settembre siamo partiti con il bike sharing: 80 bici, 9 ciclostazioni che presto diventeranno 14. La novità è che il tutto funziona con la stessa tessera di tram, autobus e vaporetti: inserisci il badge, il lettore riconosce i dati, la bici viene consegnata». Ciliegina sulla torta: grazie al contributo (300 mila euro su 500mila) ottenuto attraverso il concorso del ministero dell’Ambiente per i migliori progetti di bike sharing, le ciclostazioni verranno alimentate a energia solare. La prima città italiana a muoversi sul terreno della mobilità sostenibile e a ragionare appunto in termini di “vantaggio” per gli utenti è stata comunque Parma (si veda altro articolo in pagina, ndr). Intanto il capoluogo emiliano non ha mai smesso di investire sul trasporto pubblico, con tanto di Happy Bus, servizio scolastico door to door con piccoli autobus a metano, e Pronto Bus, veicoli a chiamata, utilizzati dagli anziani come dai giovani che escono dalle discoteche. Adesso la nuova sfida: la scommessa sui mezzi a trazione elettrica. «Prima – spiega Carlo Iacovini, deus ex machina sul fronte della mobilità – abbiamo concesso incentivi fino a 500 euro per l’acquisto di biciclette elettriche: attualmente ne girano ben 6 mila. Ma il salto di qualità è rappresentato dal progetto Zec, Zero emission city, per lo sviluppo dell’auto elettrica, che diverrà operativo dal gennaio 2012». Una piattaforma aperta: tutte la case produttrici hanno aderito, cosìcché ognuno può scegliere il modello che preferisce. Da parte sua il Comune mette a disposizione un contributo fino a 6mila euro e garantisce l’installazione di almeno cento colonnine di ricarica. Altri sono intenzionati a seguire l’esempio, a partire dalla Regione Lombardia, che per esempio, insieme con il Politecnico di Milano, sta studiando un piano per il car sharing elettrico. La strada è quella giusta. Se si vuole continuare a fare tanta strada.

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