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Una torta da 33 miliardi, sfruttata solo a metà

Fonte: Avvenire

Sono propri tanti soldi, ma l’Italia continua a usarli a metà. Parliamo dei fondi strutturali, destinati a promuovere l’occupazione, i trasporti e le infrastrutture, ad aiutare le regioni indietro nello sviluppo e infine l’agricoltura. Solo per la politica regionale e di coesione Ue, si tratta di una torta che per il periodo di bilancio 2014-2020 è complessivamente di 351,8 miliardi di euro e vede l’Italia come secondo beneficiario (dopo la Polonia) con 32,268 miliardi per i sette anni, per la precisione 7,69 per le regioni più sviluppate, 1,102 per le regioni in transizione (Abruzzo, Molise e Sardegna) 22,334 per quelle meno sviluppate (Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e Sicilia), più circa un miliardo per altre voci. E mentre il bilancio dell’Unione è, per la prima volta nella storia comunitaria, sceso rispetto al precedente (in rapporto al Pil dei Ventotto) l’Italia ha visto aumentare i fondi a essa destinata, visto che nel precedente periodo di bilancio (2007-2013) su 347 miliardi l’Italia se ne è aggiudicati “solo” 27,95, restando dietro a Polonia e Spagna. Stando ai dati di Palazzo Chigi, all’Italia spettano inoltre per il periodo 20142020 altri 10 miliardi per lo sviluppo rurale e 31 miliardi sotto forma di contributi diretti all’agricoltura. Il problema però è il cronico sottoutilizzo delle risorse comunitarie. Certo, bisogna riconoscere che nel 2013 si è assistito a un netto aumento dell’utilizzo, passando dal 37% del 2012 al 52,7% di media italiana del 31 dicembre 2013. Un risultato, ha tenuto a precisare a gennaio il Dipartimento per lo Sviluppo e la Coesione territoriale, che ha consentito di ottenere che tutti i 52 programmi operativi dei fondi strutturali europei superassero i target di spesa evitando la perdita di risorse. Anzi, la quota è ancora un po’ salita nei mesi successivi: secondo dati della Commissione Europea aggiornati al 15 aprile 2014 (sempre riferita al bilancio 2007-2013) è stata pari al 54,3%. Resta però il fatto che siamo, come purtroppo spesso ci accade, in fondo alla classifica Ue: peggio di noi, in fatto di capacità di assorbimento delle risorse comunitarie, fanno solo Malta, Bulgaria, Romania e Croazia. Se si guarda ad altri Paesi in crisi del Sud Europa, fanno tutti molto meglio dell’Italia: il Portogallo è al secondo posto con una capacità di assorbimento dell’83,5% (dietro l’Estonia con l’84,5%), la Grecia con il 79,3%, la Spagna con il 67,3%, Cipro con il 69,9%. Se poi si guarda ai Paesi dell’Unione non in crisi, fanno tutti meglio: la Germania (73,9%), la Francia (65,3%), la Svezia (73,2%), la Finlandia (73,2%), l’Olanda (71,1%). Da notare poi che proprio le regioni italiane che hanno più bisogno dei fondi Ue, quelle del Sud, sono quelle che meno riescono ad assorbirli: a ottobre 2013 fanalini di coda erano nell’ordine Sicilia (33,9%), Calabria (31,1% alla stessa data) e Campania (25,4%). Per raffronto a regione più “virtuosa” è la Toscana (60,6%) seguita da Emilia Romagna (58,8%) e Lombardia (57%). Certo, c’è anche il problema del cofinanziamento nazionale da parte di Stato e regioni (visto che la Commissione finanzia per un massimo del 75%) che complessivamente, secondo Palazzo Chigi, per l’Italia sarà pari a 33,9 miliardi di euro nel periodo 2014-2020. Soldi iscritti nel bilancio dello Stato e che dunque vanno a fare deficit e debito – un paradosso. Da tempo l’Italia, prima con Mario Monti, poi con Enrico Letta e ora con Matteo Renzi, chiede (invano) di poter scorporare almeno la spesa del cofinanziamento dall’applicazione del Patto di Stabilità. Una questione dibattuta da tempo anche a Bruxelles: la Commissione, la scorsa primavera, si è spaccata in materia (soprattutto su pressione della Germania) limitandosi alla fine a una lettera ai ministri delle Finanze del commissario agli Affari economici, Olli Rehn. In essa si dice solo che sarà consentito agli Stati fuori procedura per deficit eccessivo di deviare dall’obiettivo di medio termine (il pareggio in termini strutturali) se ciò serve per i cofinanziamenti di programmi Ue, ma tenendo il deficit nominale sotto il 3%. Ironia della sorte: l’Italia, che pure è fuori procedura per deficit eccessivo, secondo la Commissione non può godere di questo margine perché non è in linea con la riduzione del debito. La questione tornerà a farsi sentire al Consiglio Europeo di ottobre, quando si parlerà dei “contratti”, o meglio dei “partenariati” tra Bruxelles e Stati membri per promuovere la crescita e le riforme.

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