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Una manovra per stare fra i grandi

Fonte: Italia Oggi

La fretta che ha portato il presidente del Consiglio Mario Monti a firmare il decreto da 30 miliardi di euro, e che è stato definito da quasi tutti gli esponenti politici «da migliorare», è stata dettata non solo dall’urgenza dell’andamento degli spread Btp-Bund, ma, soprattutto, dal calendario.
Venerdì 9 dicembre si terrà un Consiglio europeo piuttosto importante.
Anzi, molto importante, perché è quello che dovrebbe gettare le basi di quella che un po’ enfaticamente potremmo chiamare la «nuova Europa» o «nuova Unione Europea».<
In quell’occasione saranno selezionati i paesi che vorranno aderire alle regole ferree dei nuovi Trattati Ue che lunedì il presidente francese Nicolas Sarkozy e Angela Merkel hanno deciso di riscrivere.
Tra l’altro mettendo da parte, una volta per tutte, lo stucchevole dibattito sulla necessità di emettere eurobond (che avrebbero significato nuovo debito da scaricare sulle future generazioni) o di imporre alla Bce di acquistare debito sovrano (che avrebbe chiuso il discorso sull’indipendenza dell’Istituto di Francoforte).
I nuovi trattati imporranno sanzioni automatiche per chi sfora il tetto del 3% del rapporto deficit/Pil; un maxi-finanziamento dell’Esm (un fondo di stabilità da 500 miliardi); l’inserimento del vincolo del pareggio di bilancio in Costituzione; l’obbligo di garantire sempre e comunque il pagamento degli investitori privati che comprano debito pubblico europeo e una riunione mensile per coordinare le misure per la crescita.
La «frettolosa» manovra da 30 miliardi serve al presidente del Consiglio Monti per potersi sedere a quel tavolo del Consiglio europeo con una forza negoziale che non avrebbe mai avuto se l’Italia fosse ancora stata nel girone dei paesi a rischio.
Con uno spericolato parallelo storico si può dire che, così come Cavour mandò 18mila soldati a combattere nella guerra di Crimea perché gli servivano «alcune migliaia di morti per potermi sedere al tavolo della pace» di Parigi del 1856, a Mario Monti servivano alcune decine di miliardi di nuove tasse e tagli per potersi sedere al tavolo del Consiglio europeo del 9 dicembre.
In quell’occasione l’ex commissario europeo avrà l’occasione storica di mettere in pratica ciò che professa da una vita: l’adesione dell’Italia ad un’entità politica di livello superiore e la perdita di almeno una parte di sovranità.
E l’unico parlamentare che ha detto chiaramente qual è la sostanza politica del decreto firmato ieri dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, è stato Enrico Letta che da qualche giorno parla di «Stati Uniti d’Europa».
Quella del vicesegretario del Pd poteva sembrare una trovata da radicali un po’ idealisti, una specie di boutade. Invece no: la manovra “lacrime e sangue” ha lo scopo di permettere all’Italia di essere tra quei Paesi che daranno vita ad un’Unione rafforzata che potrebbe essere a 27 oppure a 17 oppure come hanno detto Nicolas Sarkozy e Angela Merkel, «con chi ci sta».
Ecco: l’Italia vuole starci, a costo di perdere un po’ della propria sovranità politica. Sarebbe bene che i partiti che votano la manovra lo dicessero ai propri elettori che cosa è davvero in gioco.

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