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Stato e siciliani: ecco a chi tocca pagare il conto

Fonte: Il Sole 24 Ore

La Regione Lombardia può tirare un sospiro di sollievo. Fino a pochi anni fa aveva due obbligazioni della Sicilia messe a garanzia del proprio debito, ma dal 2010 non è più così. Se la Sicilia diventasse veramente insolvente (eventualità che molti considerano remota), la Lombardia non avrebbe più impatti diretti. Palermo, insomma, non trascinerebbe nel baratro Milano, come sarebbe accaduto solo due anni fa per effetto dei meccanismi perversi dei mercati finanziari. Diverso, invece, il discorso per lo Stato italiano: nessuna legge impone a Roma di pagare i debiti di Palermo, ma è ovvio che se i guai della Sicilia diventassero ingestibili lo Stato difficilmente potrebbe far finta di niente.
I problemi siculi, insomma, potrebbero diventare presto problemi italiani, anche se non c’è nessun automatismo legale. Ma se ci si pone la domanda più banale (cioè che conseguenze avrebbe un default della Sicilia e chi pagherebbe il conto?), una sola è la risposta veramente certa: in primo luogo a pagare sarebbero i cittadini siciliani. Poi, senza automatismi ma con grandi probabilità, lo Stato italiano. Cioè tutti noi. In ogni caso, insomma, il cerino resterebbe (il condizionale è d’obbligo, perché per ora è solo un’ipotesi) sempre qui. In Italia.
Chi paga?
La situazione siciliana è così complessa che è molto difficile mettere qualche punto fermo. Innanzitutto sui conti. A guardare i bilanci della Regione non si vedrebbero grandi problemi: il 2011 si è chiuso con un avanzo di 262 milioni, il 2010 con un surplus di 222 milioni. Tra l’altro la Sicilia sta rispettando il programma di rientro dal debito sanitario. Anche la stessa Moody’s, agenzia di rating americana messa più volte al tavolo degli imputati per eccessiva cattiveria, assegna alla Sicilia lo stesso rating che dà all’Italia (Baa2). Ma se si va oltre l’ufficialità – si veda articolo a pagina 11 – allora i dubbi emergono: la Sicilia, oltre ad avere molti debiti fuori-bilancio, versa infatti in una crisi di liquidità. Tamponata (interamente o no?) dai 400 milioni di euro che lo Stato sta versando nelle sue casse.
Ma, a prescindere dal fatto che la crisi siciliana sia effettiva (come si evince dalla Corte dei Conti) oppure strumentale (come si difende il Presidente Raffaele Lombardo), la domanda resta: se il crack si materializzasse veramente (anche solo per pura ipotesi), che conseguenze ci sarebbero? Anche qui, però, non è facile trovare una risposta certa. Il «Sole 24 Ore» ha interpellato una decina di costituzionalisti, esperti di diritto amministrativo e operatori attivi sul mercato dei bond regionali e ben pochi sanno rispondere a questa domanda. La maggior parte di loro alza le spalle: «Non mi sono mai posto il problema».
È il ministero dell’Economia ad assicurare che non esiste alcun automatismo, che non sussiste alcuna garanzia dello Stato sui debiti della Sicilia. Né diretta, né indiretta. Anche Stelio Mangiameli, docente di diritto costituzionale e direttore dell’Issirfa (Cnr), lo conferma: «Non esiste una garanzia diretta dello Stato. Anzi, l’articolo 119 della Costituzione tende a limitare le responsabilità dello Stato anche nei confronti delle Regioni a statuto ordinario». Questo non significa però che il Governo possa restare indifferente di fronte ad un’eventuale crisi siciliana. Con i mercati internazionali in subbuglio e con lo spread tra BTp e Bund in tensione, non è certo interesse di nessuno avere una potenziale bomba in casa. Quindi, anche se non esistono automatismi, è ugualmente possibile che una crisi siciliana peserebbe sullo Stato. Anche se le forme di intervento potrebbero essere varie.
Lombardia schiva il pericolo
Se tutto questo fosse accaduto nel 2009, a sudare freddo ci sarebbe stata anche la Regione Lombardia. Il motivo è legato alla struttura finanziaria del prestito obbligazionario da un miliardo di dollari che il Pirellone lanciò nel 2002 con l’aiuto di Ubs e Merril Lynch. Come molto spesso accade, questo bond era accompagnato da un cosiddetto “sinking fund”: cioè da un grosso salvadanaio (creato e gestito dalle due banche) in cui progressivamente la Lombardia mette da parte i denari che serviranno a rimborsare il bond quando giungerà a scadenza nel 2032.
Ebbene: i soldi che la Lombardia deposita piano piano in questo fondo vengono investiti da Ubs e Merrill Lynch in titoli obbligazionari. E qui nasce il problema: Ubs ha messo nel sinking fund della Lombardia 153 milioni di obbligazioni greche (che ora saranno sostituite da BTp con una perdita per la Regione). Merrill Lynch, per non essere da meno, ha invece messo nello stesso sinking fund, a garanzia del debito della Lombardia, due obbligazioni della Regione Sicilia. Due bond che Palermo aveva emesso con l’aiuto della stessa Merrill Lynch qualche anno prima. Per fortuna i due bond, che nel 2009 ammontavano a 40 milioni, sono stati tolti dal “sinking fund”: gli ultimi aggiornamenti del fondo non mostrano più titoli siciliani al suo interno. Per la Lombardia, dunque il pericolo è scampato. Per l’Italia no.

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