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Senato, si tratta sulle competenze

Fonte: Il Sole 24 Ore

Il tavolo “istituzionale permanente” dei gruppi Pd di Camera e Senato proposto da Matteo Renzi per concordare le modifiche da apportare alla riforma del Senato e del Titolo V è partito: la prima riunione, per ora solo un giro di tavolo, si è tenuta ieri mattina negli uffici del gruppo dem a Palazzo Madama. L’obiettivo è concordare le modifiche entro martedì, quando si comincerà a votare in prima commissione. Fanno parte del tavolo Maria Elena Boschi e Luciano Pizzetti per il governo, la presidente della commissione Affari costituzionali Anna Finocchiaro, i capigruppo Luigi Zanda ed Ettore Rosato, i capigruppo in commissione Doris Lo Moro e Emanuele Fiano, i responsabili istituzionali Barbara Pollastrini e Giorgio Tonini. E non è un caso se dal tavolo resta fuori l’articolo 2 che stabilisce l’elezione di secondo grado del nuovo Senato, articolo che Renzi non ha nessuna intenzione di ritoccare: si tratta sul tema delle competenze, con l’obiettivo di riportare nel testo le maggiori funzioni attribuite in prima lettura dal senato e poi sfoltite dalla Camera. Per un ritorno a maggiori competenze per il Senato delle Autonomie si sono espressi ieri – “lodati” da Finocchiaro – i presidenti di Regione Sergio Chiamparino, Enrico Rossi e Vincenzo De Luca, per il resto tutti schierati in favore dell’elezione di secondo grado dei futuri senatori.
Chiamparino, in particolare, ha posto anche il problema del Titolo V, che riporta in capo allo Stato molte funzioni fin qui attribuite alle Regioni, a partire da quella sul lavoro: «Per tutte le materie non di esclusiva competenza statale dovremmo avere una sorta di livelli essenziali di prestazione definiti dallo Stato e su cui il Senato delle regioni avrebbe il suo ruolo principale. Lo Stato dovrebbe esercitare un potere sostitutivo laddove quei livelli vengano negati ma le Regioni che dimostrino di essere in grado di assumersi più responsabilità e finanziarle, possano farlo».
L’obiettivo del governo e della maggioranza del Pd, aprendo sulle maggiori competenze del nuovo Senato che tra l’altro trovano d’accordo anche la Lega con Roberto Calderoli, è quello di dividere il fronte dei 29 dissidenti in modo da ridurlo – spiegano i renziani – a 10-12. Insomma, spaccare la compattezza fin qui mostrata dalla minoranza del Pd.
Mancano in ogni caso molti giorni prima che si arrivi al dunque dell’eventuale votazione in Aula sull’articolo 2 del Ddl Boschi. D’altra parte, a non farne una questione di rapporti personali è lo stesso Pier Luigi Bersani, che ieri sera ha detto di non credere «agli incontri di Teano», ossia ad un incontro risolutivo tra lui e Renzi che in ogni caso non appare alla vista. «Ci sono dei senatori lì, io dico la mia ma non pretendo di dare compiti, di fare incontri di Teano».
A chi gli domanda se c’è un rischio scissione, Bersani risponde «mai e poi mai». E c’è da credergli. Eppure il muro contro muro resta: «Io la riforma la voto solo se si supera lo stallo sull’articolo 2, ma la vedo dura». La realtà è che, come spiega il bersaniano Alfredo D’Attorre, lo stesso Bersani e la minoranza del Pd non credono alla minaccia velata di elezioni anticipate se non dovesse passare la riforma costituzionale al Senato. «Perché mai Renzi si dovrebbe dimettere se l’Aula decide di far eleggere i futuri senatori direttamente? È un’assurdità. Vorrà dire che il Parlamento vota una modifica e poi si va avanti su quella strada». Un braccio di ferro tutto politico.

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