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Quell’autonomia non è senza limiti

Fonte: Il Sole 24 Ore

L a Sicilia come la Grecia? La sovranità della regione a statuto speciale che impedisce interventi risolutivi sulle finanze locali da parte del governo nazionale, così come la sovranità della Grecia e degli altri PIIGS, impedisce interventi risolutori da parte della Commissione Europea? C’è da dubitarne. La questione giuridica va posta agli esperti di diritto costituzionale, ma la logica economica suggerisce altrimenti.
Intanto, anche le regioni a statuto speciale, per quanto non soggette alle specifiche suddivisioni di compiti dell’art. 117, sono soggetti ai principi generali della Costituzione, che assegna allo Stato la tutela della stabilità finanziaria della repubblica e conseguentemente ne consente interventi speciali nel caso questa stabilità venga messa in discussione. Poi, lo stesso statuto della regione siciliana all’art. 8 prevede che il commissario dello Stato possa proporre lo scioglimento dell’Assemblea regionale, anche se la tipologia prevista per questo intervento non parla, ma neanche esclude, una possibile bancarotta. Infine, per quanto la Regione siciliana incassi una larghissima parte dei tributi erariali riferibili al proprio territorio, il governo nazionale finanzia direttamente la maggior parte dei servizi, inclusa la scuola elementare, che lo statuto invece assegna inequivocabilmente alla Regione, e finanzia ulteriormente la regione attraverso il fondo di solidarietà. I soldi vengono dunque in larga parte da Roma, e come ci insegna proprio l’esperienza europea, chi ha i soldi comanda. Purché naturalmente lo voglia fare.
Non è dunque lo statuto speciale della regione, il solo o anche il principale responsabile dei problemi attuali, anche se non c’è dubbio che questa stessa autonomia sia stata spesso usata strumentalmente per difendere situazioni di assurdo privilegio. Per esempio, come ci ricorda la relazione della Corte dei conti di pochi giorni fa, solo nel 2012 la giunta regionale siciliana ha abolito le pensioni baby, con vent’anni di ritardo rispetto al resto del Paese. Ma la situazione complessiva attuale della regione, con oltre 20.300 dipendenti (cinque volte quelli lombardi), a cui andrebbero aggiunti altri 25.000 dipendenti forestali e lavoratori socialmente utili, 34 società sotto il diretto controllo della Regione, di cui 21 in perdita, un disavanzo di competenza di circa 4 miliardi di euro nel 2011, coperti da un mutuo di un miliardo e dall’avanzo di amministrazione, «voce contabile tanto suggestiva quanto discutibile» come commenta la Corte dei conti, non è figlia o non è figlia soltanto dell’autonomia e dell’incompetenza delle classi politiche che si sono succedute nel tempo. È figlia soprattutto dello scambio politico che pervicacemente le classi politiche nazionali hanno offerto alla Sicilia, soldi in cambio di voti e di sostegno politico. Soldi che sono largamente finite nel sostenere artificialmente l’occupazione pubblica e si sono persi in mille rivoli inutili.
È questo scambio politico che va interrotto, e non c’è niente di meglio di un governo tecnico per cominciare a farlo. Nel 2011, secondo la Corte dei conti, nonostante gli interventi varati dalla giunta regionale, la spesa della regione è aumentata di 300 milioni di euro, a fronte di un crollo del 13% delle entrate, pari a circa una riduzione di 1,7 miliardi di euro. Il disavanzo del 2011 si somma poi a quello dell’anno precedente, a sua volta coperto dall’erogazione di un mutuo e dal solito avanzo di amministrazione, determinato da residui attivi di difficile valutazione. Appare dunque probabile che la regione abbia bisogno di chiedere forme di assistenza straordinaria da parte dello Stato. Se questo accade, è necessario che l’assistenza non venga fornita senza richiedere o imporre una revisione radicale del funzionamento della regione, a cominciare da un ridimensionamento della pletora degli impiegati pubblici. Lo stesso blocco dei finanziamenti europei per la Sicilia, disposto dalla Commissione Europea qualche giorno fa, a seguito «di carenze significative nel funzionamento dei sistemi di gestione e controllo» può offrire l’occasione per una revisione delle modalità di gestione di queste risorse. La regola principe, come succede in tutte le federazioni che funzionano, dovrebbe essere che a fronte d’inadempienze da parte di un livello di governo inferiore, il governo centrale interviene, avocando a sé la competenza e la gestione diretta delle risorse. Non c’è statuto di autonomia che possa e debba opporsi a questa basilare regola di funzionamento. L’autonomia è un valore da difendere, ma va meritata.
C’è infine un punto finale che merita di essere sollevato. La stessa Corte dei conti, per quanto palesemente critica nei confronti della gestione finanziaria della regione, finisce con l’attestarne la regolarità del rendiconto generale presentato per l’anno 2001. E, nel medesimo anno, la regione Sicilia appare anche rispettare il patto di stabilità. Come è possibile che un ente territoriale nelle condizioni ricordate in precedenza, e forse a rischio di insolvenza, possa rispettare tutti i controlli formali e di merito imposti? Forse c’è qualcosa che non va in questi stessi controlli.

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