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Quel pasticcio di Roma Capitale

Fonte: Italia Oggi

Ai più potrebbe sembrare solo un cavillo giuridico. Ma di fatto è proprio sull’istituzione di Roma Capitale, il nuovo super ente previsto dal federalismo fiscale tanto caro a Umberto Bossi e Roberto Calderoli, che si consuma il debutto della Lega all’opposizione. Per il Carroccio il decreto che ripartisce competenze e funzioni tra il Campidoglio e la regione Lazio (si veda ItaliaOggi del 22 novembre 2011) è arrivato fuori tempo massimo e a nulla è valsa l’approvazione lampo nel consiglio dei ministri appositamente convocato da Mario Monti nel giorno della scadenza della delega (21 novembre).
Alla Lega non va giù anche il fatto che, per velocizzare l’iter del dlgs, il governo si sia avvalso di una speciale procedura di urgenza che consente all’esecutivo, quando non c’è tempo per la consultazione preventiva, di inviare direttamente i provvedimenti al parlamento rinviando a un momento successivo l’acquisizione dei pareri (in questo caso della Conferenza unificata).
Due vizi di legge che secondo i parlamentari leghisti rendono il decreto irricevibile da parte della Bicamerale presieduta da Enrico La Loggia. «Si tratta di una palese violazione dei diritti delle autonomie e in più registriamo una indebita compressione del ruolo del parlamento da parte del governo», tuona il senatore Paolo Franco, vicepresidente della commissione che, assieme ai deputati Giancarlo Giorgetti e Roberto Simonetti, ha inviato una lettera allo stesso La Loggia chiedendogli di investire della questione i presidenti di camera e senato, Gianfranco Fini e Renato Schifani.
«La commissione non è in grado di esaminare lo schema di decreto né in fatto né in diritto», scrive, «perché le camere non procedono all’esame degli schemi di provvedimenti trasmessi da parte del governo se non quando siano state portate a compimento tutte le fasi procedurali propedeutiche. Il parlamento infatti deve essere messo nelle condizioni di esprimere una valutazione compiuta, avendo a disposizione tutti gli elementi istruttori preliminari».
Ma perché tanta fretta da parte di Monti? La Lega non ha dubbi: si vuole evitare che lo schema di decreto sia trasmesso alle camere fuori tempo massimo, visto che il termine per l’esercizio delle delega è scaduto e, fanno notare i tre parlamentari, non è più possibile utilizzare la proroga di 150 giorni prevista dalla legge n. 42/2009. Il rischio che il dlgs possa rivelarsi del tutto inutile è forte, ma questo, secondo il partito di Umberto Bossi, «non può giustificare l’aggiramento della legge 42».
Un atteggiamento legalista a oltranza quello del Carroccio dietro cui, si maligna nei palazzi della politica, si nasconderebbe il tentativo di far fallire il trasferimento di nuove competenze a Roma. Perché se è vero che Roma Capitale è stata prevista dal federalismo per il quale la Lega si batteva fino a ieri, è anche vero che nessuno nel partito di Umberto Bossi si straccerebbe le vesti se il nuovo super ente (di fatto già esistente, ma ancora privo di poteri) non dovesse vedere la luce.
Il problema, politico ancor prima che giuridico, dovrà essere risolto al più presto da Fini e Schifani. Così ha deciso ieri l’ufficio di presidenza della Bicamerale. «La commissione si regolerà in base alla decisione dei presidenti delle camere», ha annunciato Enrico La Loggia. «Come già accaduto in passato, abbiamo offerto la nostra disponibilità ad approfondire le problematiche sollevate dai parlamentari e meritevoli di esame in commissione o nelle sedi più opportune».
La decisione è attesa per la prossima settimana quando la Bicamerale inizierà l’esame del primo dei due dpcm che danno attuazione al decreto legislativo sull’armonizzazione dei bilanci. Relatore di maggioranza è stata nominata Linda Lanzillotta (Api/Terzo Polo), mentre per l’opposizione se ne occuperà Roberto Simonetti della Lega. E fin qui nessuna sorpresa. Perché, in quanto unico partito di opposizione, il Carroccio fino alla fine della legislatura è destinato a esprimere sempre il relatore di minoranza per gli ulteriori decreti attuativi del federalismo.
Gli scenari a questo punto sono due. Fini e Schifani potranno decidere che il governo ha fatto bene a dichiarare la procedura di urgenza (ai sensi del dlgs n. 281/1997), bypassando per il momento il parere dell’Unificata, e allora la Bicamerale potrà avviare subito l’esame del decreto.
Oppure potranno ritenere prevalente, in quanto disciplina speciale, le norme della legge 42, che non consentono il ricorso alla deliberazione d’urgenza. In questo caso, però, prima di approdare alle camere, il dlgs su Roma Capitale dovrà passare al vaglio dell’Unificata che avrà tempo fino al 21 dicembre per esprimere il proprio parere. Ma a questo punto i tempi si allungheranno.
Altro nodo riguarda il termine del 21 novembre, dead line per l’esercizio della delega federalista. Secondo la Lega, entro quella data, il governo avrebbe dovuto concludere l’iter del decreto, secondo tutti gli altri (Pd e Pdl in testa) è sufficiente l’approvazione in via preliminare dello schema di dlgs da parte del consiglio dei ministri. Cosa che il governo Monti ha fatto al fotofinish. Secondo Franco «inutilmente». Una tesi che però non trova d’accordo l’altro vicepresidente della Bicamerale, Marco Causi (Pd). E fa perdere le staffe al senatore leghista che sbotta: «La Loggia e gli altri componenti della Bicamerale hanno deciso di trasformare la commissione in una bocciofila».

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