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Premi e sanzioni, è scontro

Federalismo, sulle nuove disposizioni che prevedono premi e sanzioni per le amministrazioni locali potrebbe presto scatenarsi uno scontro frontale tra governo e rappresentanti degli enti. E anche il nuovo Dpef varato dall’esecutivo scatena polemiche reazioni.
Il decreto legislativo di attuazione del federalismo fiscale, che introduce i premi per chi ‘ha i conti a posto’ e le sanzioni per i governatori dai conti ‘in rosso’, va avanti secondo i tempi prestabiliti, ha detto ieri il Ministro della semplificazione Roberto Calderoli il quale in sede di Conferenza unificata, ha detto no alla richiesta di un rinvio senza far decorrere i termini. Termini che scattano da ieri, con la previsione di un tempo pari a trenta giorni per raggiungere l’intesa con le regioni. “Hanno chiesto il rinvio senza far decorrere i termini. Io l’ho negato”, ha spiegato Calderoli sottolineando che la legge delega scade il prossimo 20 maggio. La proposta di una proroga contenuta nel d.d.l. recentemente varato dal Consiglio dei Ministri è ora all’esame del Parlamento. In ogni caso, spiega il ministro, “quella proroga non riguarda i decreti legislativi approvati in via preliminare”. A fronte di tale situazione resta netta la contrarietà delle regioni al decreto. Il presidente della Conferenza dei presidenti Vasco Errani ha ricordato di avere “chiesto un rinvio senza decorrenza dei termini. Il governo non ha accolto la nostra richiesta. Resta la sostanza: noi siamo nettamente contrari a questo decreto e chiediamo di cambiarlo radicalmente”. Perché, spiega ancora il presidente della Conferenza delle regioni, “è bene assicurare tutte le garanzie costituzionali previste dalla Carta per gli enti ed i loro rappresentanti”.
Passando al Documento di economia e finanza (Def) che come noto ha preso il posto del vecchio Dpef, l’Associazione nazionale dei Comuni italiani lo giudica “insostenibile”. “Nella valutazione delle dinamiche di finanza pubblica – ha spiegato il responsabile della finanza locale dell’Anci, Salvatore Cherchi, nel corso dell’audizione davanti alle Commissioni congiunte bilancio di Camera e Senato – non si specifica il ruolo svolto dai singoli comparti, impedendo di fatto una corretta valutazione circa il contributo offerto dai Comuni al risanamento dei conti pubblici”. È quanto ieri sera ha dichiarato l’Associazione dei Comuni. Nel Def, ha sottolineato Cherchi, “lo Stato impone risparmi eccessivi alle amministrazioni locali per dirottare trasferimenti ad altri livelli di governo strutturalmente in disavanzo. Ciò determina una pericolosa interferenza con la sana gestione di ciascun comparto, costringendo gli enti a comportamenti impropri, com’è quello assegnato ai comuni di generare avanzi bloccando gli investimenti, nonché una sostanziale opacità circa la sostenibilità finanziaria delle politiche perseguite dagli enti dei singoli livelli di governo, visto che questi si trovano a operare strutturalmente in disequilibrio di bilancio”. Per l’Anci, “l’eccesso di manovra caricato sui comuni è previsto perpetrarsi anche per il biennio 2011-2012, definendo uno scenario insostenibile per gli enti locali che vedrà inevitabilmente aumentare il numero di Comuni che non potranno rispettare il Patto”. Per quanto riguarda invece il federalismo fiscale, recentemente disciplinato dai decreti attuativi, “l’intero documento – ha sostenuto il responsabile finanza locale dei comuni – non sembra dare grosso peso alla riforma federale in atto, se non per dare conto in modo descrittivo della produzione normativa realizzata. Manca nei fatti – ha precisato Cherchi – un’impostazione federalista della programmazione di bilancio e dei prospetti tendenziali, che non restituiscono di certo al lettore l’idea di una finanza pubblica multilivello. Sarebbe stato utile che, oltre alle preziose analisi contenute nel documento, ci fossero stati anche alcuni riferimenti quantitativi circa le implicazioni della riforma federale sulle dinamiche di bilancio o, viceversa, in merito all’impatto della programmazione di bilancio sull’assetto federale”. Quanto al piano nazionale di riforme, “nella sezione relativa alla descrizione delle riforme da mettere in cantiere – ha sostenuto Cherchi – il ruolo dei Comuni viene relegato ai margini dell’azione di governo, se non addirittura in contrapposizione”. Altrettanto “ambigua” per l’Anci, “la proposta di ‘zone a burocrazia zero’, che potrebbe generare eccessivi costi alla comunità locali a fronte di incerti benefici in capo a pochi, dopo che con le stesse motivazioni sono state congelate le zone franche urbane, che invece scaricavano i costi sulla fiscalità nazionale”. Posizione analoga per le Province. “Comprendiamo la necessità di assicurare la tenuta dei conti e la decisione del Governo di garantire la stabilità, ma senza gli investimenti non si cresce e si rischia di indebolire ancora di più il tessuto economico del Paese”, sottolinea il presidente dell’Upi, Giuseppe Castiglione, all’indomani dell’audizione sul Documento di economia e finanza (Def). Nel documento consegnato alle Commissioni bilancio di Camera e Senato, l’Upi evidenzia alcune criticità, sia sul Piano di stabilità che sul Programma di riforme. A partire dalla mancata consultazione e partecipazione di regioni ed rnti locali alla definizione degli obiettivi e delle finalità del Documento di economia e finanza che, scrivono le Province, “indica una grave sottovalutazione del ruolo e delle funzioni che i governi locali svolgono nel sistema della finanza pubblica e delle politiche di sviluppo del Paese”. L’allarme dell’Upi è sulla “rilevante riduzione degli investimenti: energia e ambiente, infrastrutture e sviluppo, sostegno alle imprese sono temi decisivi per la crescita del Paese – si afferma nel documento delle Province – ma rischiano di rimanere temi sulla carta se agli enti locali, che sono deputati alla loro realizzazione, si impedisce di svolgere la propria funzione”. Secondo le stime Upi, in particolare negli ultimi anni nei bilanci delle province si è consolidato un trend negativo con un -25% delle risorse destinate agli investimenti, a causa dei “drastici tagli” ai trasferimenti subiti con le manovre economiche e dei vincoli imposti dal Patto di stabilità interno. “È evidente – conclude Castiglione – che con queste scelte non solo non si permette la ripresa della crescita economica, ma si impedisce agli enti locali di investire in opere che sono invece fondamentali per il Paese, impoverendo l’imprenditoria locale e deteriorando un sistema di infrastrutture che avrebbe invece davvero bisogno di interventi di modernizzazione, messa in sicurezza ed efficientazione”.

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