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Pensioni al sicuro ma bisogna lavorare di più

Fonte: Il Sole 24 Ore

Quando più o meno un anno fa il ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, ebbe l’idea di promuovere una iniziativa col nome di «Un giorno per il futuro», il paragone che venne in mente fu quello della «Giornata del risparmio». Chi ha almeno cinquant’anni ricorda che a scuola, fin dalle elementari, eravamo chiamati a svolgere un tema sul «risparmio». In premio spesso c’era un salvadanaio. Lo stesso che campeggiava sui manifesti che pubblicizzavano la giornata sulle bacheche negli atri degli istituti scolastici. Quest’anno siamo invitati per la prima volta a celebrare la «Giornata annuale per la diffusione della cultura previdenziale tra i giovani». Con una circolare ministeriale congiunta i ministri del Lavoro e dell’Istruzione, circa un mese fa, hanno formalizzato quell’intuizione che si era manifestata alla conclusione della Relazione annuale che l’Inps lascia al Parlamento come rendiconto di un anno di servizio al Paese. Oggi, nel giorno in cui si rinnova l’appuntamento del Rapporto annuale dell’Istituto nazionale della previdenza sociale a Montecitorio, si inaugura una nuova occasione di dialogo tra le istituzioni e il Paese, sintetizzata con la formula «Un giorno per il futuro». L’auspicio – inutile negarlo – è che i nostri figli, fra qualche anno possano ricordare questa giornata come noi ci rammentiamo di quella dedicata al risparmio. L’obiettivo è che il futuro non venga percepito dai più giovani come una sorte ineluttabile, ma come un fattore che possa orientare le scelte e i comportamenti di oggi. Un giorno da dedicare non al destino imperscrutabile, ma al futuro che si può e si deve costruire. Prevedere per provvedere. Previdenza e risparmio sono concetti – e valori – in qualche modo contigui. Ma il primo è stato vissuto spesso con distrazione, contando sulla generosità di un sistema (quello retributivo) che si basava su di una lunga congiuntura economica positiva, che ha finito per sostituire la responsabilità sociale a quella individuale. Così non è più, non solo per i segni della crisi economica e finanziaria che sta cambiando l’Italia e tutto il sistema economico internazionale. Da una quindicina d’anni il sistema delle pensioni è mutato radicalmente e poco – pochissimo, quasi nulla – è stato fatto per farlo comprendere a chi lo dovrà utilizzare. La riforma che Parlamento, Governo e parti sociali hanno definito lo scorso anno ha messo in sicurezza il sistema nazionale delle pensioni, al punto da farlo additare – anche dal commissario Ue, Olii Rehn – come un modello europeo. Senza quella riforma i giovani avrebbero potuto ragionevolmente temere per il loro futuro previdenziale, proprio per quell’eccesso di generosità che nel passato aveva proiettato un ottimismo di crescita che non aveva fatto i conti con le crisi possibili, ma soprattutto con la denatalità e l’invecchiamento della popolazione. Il sistema è in sicurezza, ma occorre capire come funziona. Si vive di più. Per fortuna. Ma ancora non è stato compreso (e accettato) che quindi si deve lavorare di più. Più a lungo. La fuga dal lavoro ha caratterizzato la storia recente del nostro Paese. Con qualche ragione, forse: molti hanno lavorato in condizioni difficili, usuranti, con i ritmi che la ricostruzione nazionale – dopo un dopoguerra ormai lontano – giustificava insieme alla costruzione del benessere personale. Oggi quel benessere consente alle famiglie italiane – insieme al sistema di welfare statale – di sostenere meglio che altrove le conseguenze della crisi. I nostri giovani hanno potuto contare fin qui sulla protezione familiare e su quella di uno stato sociale efficiente. Nei numeri che esporrò oggi nel Rapporto annuale c’è la conferma che il biennio della crisi è stato sopportato e supportato con una protezione sociale efficace, assicurando risorse cospicue a chi ha attraversato difficoltà nel lavoro, mantenendo il bilancio dell’Istituto in zona positiva e rafforzandone il patrimonio. Nel futuro non basterà l’efficienza del Welfare. Il futuro si deve costruire, oggi, attivamente, partendo dall’informazione adeguata circa un mondo che cambia e che regola la previdenza non più con il sistema retributivo ma con quello contributivo. Formule che postulano una crescente responsabilità personale nella costruzione progressiva della propria pensione, dal riscatto della laurea (meno del 10 per cento dei neolaureati sceglie il riscatto) alle forme di previdenza complementare (meno di un quarto dei lavoratori aderisce ai fondi). L’educazione previdenziale inizia a scuola e in famiglia. Ma spesso in famiglia si offrono modelli che non sono e non saranno più adeguati al nuovo sistema in vigore. Anche per questo la scuola assume un ruolo essenziale per diffondere l’adeguata cultura previdenziale tra i giovani di oggi. A scuola e in famiglia il primo nemico da contrastare è il lavoro nero. Il lavoro nero è un doppio nemico; sia quando viene subito da chi è più debole, sia quando viene scelto da chi pensa di poter essere più forte. Il lavoro nero deve essere combattuto non solo perché finisce per minare la condizione stessa della vita sociale, ma anche perché produrrebbe un danno irreparabile al futuro previdenziale personale dei giovani d’oggi. Un giorno per il futuro è oggi una iniziativa, un sito internet (www.ungiornoperilfuturo.it), una opportuna sensibilizzazione. Ma deve diventare un’azione. Di ciascuno per sè. E quindi per il futuro di tutto il Paese.

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