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Paracadute o trappola: serve più competenza

Fonte: Il Sole 24 Ore

Strumenti derivati e finanza locale sono due mondi che si parlano da lunghi anni ma in lingue diverse. Non è una questione di inglese e di italiano – sebbene candidamente molti assessori al bilancio ammettano di aver firmato complessi contratti di swap e swaption scritti in inglese senza capirne lontanamente i contenuti – ma del fatto che i derivati, nati come copertura contro i rischi di mercato e tollerati dal Tesoro nella finanza locale come protezione contro l’andamento avverso dei tassi, hanno perso in molti casi le loro motivazioni e i loro usi più virtuosi proprio entrando nei bilanci di Comuni, Province e Regioni. Ecco allora che i due mondi, quello dei derivati e degli enti locali e territoriali, non solo stentano a capirsi ma alla fine si prendono a male parole e affollano le aule dei tribunali. Ci sono casi in cui gli assessori, a corto di liquidità e stretti dalla camicia di forza del patto di stabilità interno, hanno usato i derivati per ottenere dalle banche (consenzienti) prestiti fuori-bilancio tramite l’incasso dell’upfront. Oppure hanno abbassato gli oneri degli interessi sul debito a breve termine ma solo per spalmarli sulle generazioni future. Ci sono altri casi in cui gli assessori hanno provato in buona fede a proteggersi contro l’andamento avverso dei tassi ma, altrettanto in buona fede, hanno sbagliato le previsioni e la protezione del derivato ha rischiato di avere un costo più alto del previsto (costo che comunque si calcola con esattezza solo al termine del contratto e in base al tasso del debito sottostante al derivato). Questi assessori sono stati attaccati violentemente dalle giunte del-l’opposizione, dagli stessi sindaci, e per difendersi hanno “scaricato” la colpa sulle banche, asserendo di non essere stati messi in guardia adeguatamente contro i rischi o di aver dovuto pagare costi eccessivi che hanno chiamato “occulti”, in realtà impliciti perché corrispondenti al mero costo di un qualunque servizio bancario. Non sono mancati i derivati spericolati oltremisura complessi, suggeriti da banche e banchieri che miravano a rimpolpare le commissioni su bilanci troppo magri oppure a incassare bonus stratosferici. Un’altra distorsione preoccupante, messa a fuoco in quest’ultima inchiesta di Claudio Gatti, riguarda il ruolo giocato da alcuni consulenti “indipendenti” i quali, invece di curare gli interessi degli enti come sostenevano, aumentavano il business delle banche e il proprio conto in banca. La matassa si è talmente aggrovigliata che il ministro dell’Economia Giulio Tremonti ha sospeso l’uso dei derivati nel mondo della finanza locale nel giugno del 2008 fino all’entrata in vigore di un nuovo regolamento, l’ennesimo che deve ancora aggiungersi alla lunga lista di interventi in questo ambito varati dal Tesoro fin dal 1996. La nuova norma, attesa invano da quasi tre anni, per le banche, gli enti e la magistratura coinvolti dovrebbe servire a fare chiarezza una volta per tutte. Le leggi e le norme esistenti comunque sono già molto chiare quando servono a punire comportamenti scorretti o illeciti, truffe o frodi, a carico degli assessori e degli amministratori pubblici, delle banche, degli intermediari e persino di oscuri consulenti e advisors.

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