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È ora di ridiscutere le autonomie regionali

Fonte: Il Sole 24 Ore Nord-Ovest

Il processo di attuazione del federalismo è irreversibile, ma le molte aspettative legate alla maggiore autonomia-responsa-bilità delle regioni e degli enti locali trovano una pesante frustrazione dalla drastica riduzione delle disponibilità della finanza pubblica che è strutturale, cioè destinata ad essere tale nel tempo e il cui andamento in riduzione, probabilmente, non è ancora concluso. I 400 miliardi di euro tagliati alle regioni a statuto ordinario per il 2011 e i 450 per il 2012 previsti nella manovra di luglio 2010, sebbene mitigati dalla finanziaria e dagli accordi del 16 dicembre tra Stato e regioni sul trasporto pubblico locale non sono l’unico dato di grave preoccupazione delle regioni autonome. Ricordiamo un altro dato che richiama le difficoltà del paese che si riflettono sull’autonomie regionali: la costante riduzione dei fondi per investimenti, i Par-Fas, già programmati dalle regioni, che oltretutto vengono speso impropriamente usati per ripianare spese di gestione, come è avvenuto in alcune regioni per i debiti sanitari pregressi. Diventa dunque imprescindibile porre la questione della differenza di risorse messe a disposizione da parte dello stato alle Regioni a statuto ordinario e a statuto speciale (nel territorio del Nord-Ovest c’è la Valle d’Aosta a ricordarcelo). Il cittadino di una regione a statuto speciale riceve ogni anno 2.713 euro mentre ogni cittadino di una regione a statuto ordinario mediamente ne riceve 974 euro. Le percentuali di tasse riscosse che rimangono alle regioni a statuto speciale sono molto più di quelle che rimangono alle altre regioni. Non è mai stata approvata la proposta che consentirebbe di trattenere una quota dei gettiti, prodotti dai traffici portuali agli stessi porti al fine di realizzare grandi e costanti opere necessarie a sostenere la concorrenza sempre più agguerrita dei altri paesi. La legge delega 42/2009 sul federalismo conferma il dualismo esistente tra le Regioni ordinarie e autonomie speciali, coerentemente con il dettato della Costituzione che prevede a queste ultime particolari autonomie. Leggendo i motivi che mossero i processi di autonomia delle Regioni a statuto speciale in Italia, non andrebbe dimenticato che l’approvazione dello statuto autonomo siciliano è avvenuta prima della formazione dell’Assemblea Costituente! Questa non trova più senso, se non proprio nella convenienza a mantenere maggiori trasferimenti statali a queste regioni. In quella fase si affrontò il problema del rapporto di uno stato centrale debole che doveva in qualche modo regionalizzare le aree più tradizionalmente indipendentiste del paese. Oggi si affronta l’atteggiamento secessionista o comunque autonomista delle regioni del nord senza ricondurre il senso e le relazioni istituzionali delle regioni a statuto speciale nell’ambito delle politiche e della cultura dell’Unione europea. I risultati sono evidenti. Una insostenibile sperequazione di trattamento tra i cittadini e la nascita di un federalismo a due velocità. Invero, la legge 42/2009 pone in essere, entro 24 mesi dalla sua emanazione, un percorso atto a far partecipare le regioni a statuto speciale al raggiungimento degli obiettivi di perequazione e al patto di stabilità interno, ma tramite modifiche statutarie delle regioni e senza che partecipino e si avvalgono del fondo di perequazione delle regioni a statuto ordinario. Incognite pesanti che non ci rendono ottimisti sul trattamento equo che i cittadini si aspettano dalle istituzioni, cioè di avere lo stesso giovamento dalle tasse che lo stato distribuisce sul territorio.

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