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Musei, parte il nuovo corso

Fonte: Il Sole 24 Ore

In quanto elemento di appartenenza alla nostra comunità, «la cultura rappresenta un valore costitutivo della sfida italiana, della recuperata fiducia del Paese e per questo deve essere al centro del dibattito politico». Davanti ai direttori dei venti super-musei – esperti italiani e stranieri scelti per la prima volta attraverso una selezione pubblica internazionale – schierati per la loro prima uscita pubblica, il presidente del Consiglio Matteo Renzi ieri ha affermato che la riforma dei Beni culturali voluta dal ministro Dario Franceschini è asse portante di quella più generale lanciata dal Governo: far funzionare il Paese e restituirgli consapevolezza del proprio ruolo. E la cultura sta al centro di questo programma, perché – ha aggiunto il premier – «è la nostra ragion d’essere». 
La nomina dei venti super-direttori ha effettivamente dato l’impressione che i temi culturali siano ben più di una questione per appassionati o addetti ai lavori. Avrà pure contribuito il clima agostano, con il dibattito politico messo in sordina dalle vacanza, sta di fatto che quando dopo Ferragosto Franceschini ha annunciato i nomi dei nuovi responsabili dei più famosi luoghi d’arte italiani – dagli Uffizi alla Galleria Borghese, dalla Reggia di Caserta a Capodimonte, da Brera a Paestum – si è scatenato il dibattito. A partire dalle modalità della selezione – un bando internazionale che ha portato a una terna per ciascun istituto (terne che presto saranno rese pubbliche), dalle quali Franceschini e Ugo Soragni, il responsabile della direzione generale musei, hanno poi scelto – alla discussione sul nuovo profilo dei musei, che cambiano completamente assetto. Ai venti super-musei è stata, infatti, riconosciuta autonomia contabile, scientifica, finanziaria e organizzativa. Il che significa che, come ha spiegato Franceschini, prima gli istituti erano retti da un funzionario ministeriale che rispondeva al soprintendente. Ora, invece, ognuno dei venti direttori avrà ampi margini di manovra, un bilancio fatto di entrate ministeriali ma anche di risorse proprie, recupererà le competenze sulla progettazione scientifica, «che in questi anni – ha sottolineato Franceschini – è stata appannaggio dei concessionari dei servizi aggiuntivi».
Grande assente: l’autonomia sulla gestione del personale. Le attuali regole della pubblica amministrazione non lo consentono. «E prima di procedere a nuove assunzioni per far fronte al turn over, per esempio negli archivi, dove l’età media è 59 anni – ha aggiunto il ministro dei Beni culturali – dovremo assorbire gli addetti delle province». Ma anche sul personale qualcosa si può fare. L’ha spiegato Renzi: la spesa complessiva degli addetti della Pa nel 2015-2016 è cresciuta di 2,2 miliardi di euro, da 87,3 a 89,5 miliardi. Rispetto agli 800 miliardi del bilancio statale è comunque una cifra accettabile: rappresenta l’11%, in linea con gli altri Paesi. «Ma ci sono spazi – ha affermato il premier – per interventi intelligenti, che consentano il turn over dove è necessario e permettano una spending review dove è possibile».
Personale a parte, quello attuato nei musei è comunque un profondo cambiamento di rotta. «È l’ultimo passaggio della riforma del ministero», ha ricordato Franceschini, che ha permesso di colmare il ritardo accumulato dall’Italia soprattutto in tema di valorizzazione. La contrapposizione tra tutela e valorizzazione ha frenato l’avvio di un nuovo modello di gestione dei luoghi d’arte. Ora tutela e valorizzazione «sono facce di una stessa medaglia» e il nuovo modello pensato per i musei – a partire dai venti autonomi, mentre tutti gli altri faranno capo ai poli regionali – «ci permette – secondo Franceschini – non solo di recuperare il tempo perduto, ma pone l’Italia più avanti di altri Paesi. Per esempio, finora non era stata fatta una selezione internazionale di tale portata».
Questo, però, non significa che i nostri musei entreranno nella top ten dei più frequentati al mondo. «Non avverrà mai. Si tratta – ha commentato il ministro – di una polemica sterile per il semplice fatto che gli altri Paesi hanno pochi grandi musei, noi invece siamo un museo diffuso e in alcuni istituti, come per esempio gli Uffizi, c’è il numero chiuso».
Il nuovo corso dei musei non significa che quanti li hanno guidati finora non fossero all’altezza. Da Franceschini e Renzi è venuto un unanime riconoscimento della professionalità dei funzionari dei Beni culturali. Professionalità che il premier ha ricordato anche quando si è trattato di spiegare l’esternazione fatta tempo fa a proposito delle soprintendenze come freno dello sviluppo. «Mi riferivo ai procedimenti burocratici e non – ha sottolineato Renzi – alla capacità dei tecnici. Siamo per la tutela del patrimonio, ma anche per la chiarezza delle procedure: se uno presenta una domanda, non può attendere la risposta per due anni. Dunque, riguardo a quella frase non ho cambiato idea, tant’è che abbiamo cambiato le regole».

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