Questo articolo è stato letto 1 volte

L’agenda italiana tra impegni e ritardi

Fonte: Il Sole 24Ore

Gli impegni del Governo. Innalzare progressivamente l’età pensionabile di tutti i lavoratori, uomini e donne, per arrivare a quota 67 anni nel 2026. Resta questo, per il momento, l’unico impegno preso dal governo italiano sulla previdenza. Un impegno che è stato messo nero su bianco nella lettera di intenti inviata a Bruxelles certificando gli interventi già adottati negli ultimi anni. Eppure dalla Ue non sono mancate le sollecitazioni, non ultima quella contenuta nel questionario trasmesso a Palazzo Chigi, a rendere più rapido il percorso per alzare la soglia pensionabile e soprattutto a porre freno ai trattamenti di anzianità. E ora occorrerà vedere se l’Esecutivo avrà la forza di inserire nel maxiemendamento alla legge di stabilità nuove misure che rispondano a queste richieste. Nell’ultimo biennio l’esecutivo ha anzitutto adottato due interventi per far salire di fatto di due anni il requisito di vecchiaia oggi fissato per gli uomini a 65 anni: un meccanismo per agganciare il momento dell’effettivo pensionamento all’aspettativa di vita; la finestra mobile lasciando un solo varco annuale per le uscite. Il Governo ha poi equiparato, sulla spinta di una pronuncia della Corte di giustizia Ue, la soglia di vecchiaia delle lavoratrici statali a quella degli uomini. Un obiettivo ora fissato per le lavoratrici private con un percorso che scatta nel 2014 e si conclude nel 2026. I ritardi accumulati in 20 anni. Dall’inizio degli anni Novanta il nostro Paese ha adottato una serie di interventi per evitare il crack del sistema previdenziale e garantirne la sostenibilità nel lungo periodo. Alcuni nodi però sono rimasti irrisolti, a cominciare dalla mancanza di un vero stop al ricorso ai trattamenti di anzianità, dal ritardato e troppo lento percorso per alzare l’età pensionabile delle donne e dalla fase troppo lunga per mandare a regime le misure finalizzare a rendere stabile l’impalcatura previdenziale. Un’altra anomalia è la scelta, operata nel 1995 con la legge Dini, di adottare il metodo contributivo, nella forma pro rata, solo per i neoassunti e chi alla fine di quell’anno aveva maturato meno di 18 anni di contributi. Senza considerare che negli interventi che si sono susseguiti non sono mancate le contraddizioni. Prima fra tutte quella relativa alla scelta adottata dal governo Prodi con la legge Damiano del 2007 di far di fatto scendere, anziché salire, l’età media di pensionamento per effetto dell’introduzione del meccanismo delle quote (somma di età anagrafica e contributiva) per continuare a garantire gli assegni di anzianità che erano stati di fatto depotenziati nel 2004 con il cosiddetto “scalone” introdotto dalla legge Maroni.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lascia un commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *