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Indennità e poltrone: un terzo dei tagli nelle Regioni speciali

Fonte: Il Sole 24 Ore del lunedì

Una buona dose delle chance di successo per il nuovo piano chiamato a tagliare i costi della politica regionale passa dai territori a Statuto speciale. Ci abita il 15% degli italiani, in un territorio in cui però si annida il 35% delle spese che vanno cancellate per rispettare i parametri scritti nel decreto su regioni ed enti locali approvato la scorsa settimana dal Governo.
L’incognita non è da poco, perché uno dei piatti forti nel menu servito dal Governo sono proprio i meccanismi varati nell’agosto dal 2011 dal Governo Berlusconi, nella manovra-bis approvata in tutta fretta nel tentativo di salvare i conti pubblici dalle prime forti bizze dello spread. Problema: le Regioni autonome avevano fatto ricorso contro quelle regole, e la Corte costituzionale aveva dato loro ragione. In queste settimane vissute tra il Batman del Lazio e il Superman del Piemonte, titolare di missioni per 4mila chilometri al mese rimborsate a piè di lista, nessun politico si oppone espressamente alle decisioni prese dal Governo, e precedute dalla proposta avanzata dalla stessa Conferenza delle Regioni.
Una sentenza costituzionale favorevole in tasca, però, può rappresentare una tentazione assai forte quando nei prossimi mesi l’attenzione sulle assemblee regionali calerà. Tanto più che anche il meccanismo sanzionatorio è necessariamente smussato rispetto a quello previsto per le Regioni a Statuto ordinario, minacciate di un taglio del 5% ai fondi sanitari e soprattutto di un quasi azzeramento per gli altri trasferimenti (-80%, con l’eccezione di quelli per il trasporto pubblico locale) in caso di mancato adeguamento. Nel caso dei territori autonomi, lo sforamento dei parametri fissati dal decreto dovrebbe mettere a rischio i sistemi di perequazione previsti dalla legge delega del 2009 sul federalismo fiscale: esattamente come il meccanismo bocciato pochi mesi fa dalla Consulta.
Al netto di quest’ombra pesante, la stretta per Valle d’Aosta, Friuli Venezia Giulia, Province autonome di Trento e Bolzano, Sicilia e Sardegna funziona esattamente come quella indirizzata al resto d’Italia. I parametri principali per rientrare nelle regole sono tre: adeguamento delle dimensioni di Giunte e Consigli ai limiti previsti nel 2011, livellamento delle indennità e dei fondi destinati ai gruppi politici ai valori registrati nella Regione più «virtuosa».
Sarà la Conferenza dei presidenti entro il 30 ottobre, o un decreto del presidente del Consiglio nei 15 giorni successivi in caso di inadempienza, a individuare le Regioni «virtuose» da assumere come riferimento per i tagli. I numeri ufficiali di indennità e seggi, e quelli registrati nei bilanci 2011 dei consigli regionali sotto la voce «fondi ai gruppi», permettono però di fissare fin da ora l’asticella da non superare per non sforare i nuovi tetti. In pratica, a meno di cavillose elucubrazioni sui parametri che si potrebbero ritoccare prima dell’attuazione, il consigliere regionale tipo non dovrà avere un’indennità superiore ai 2.646,46 euro netti al mese che si guadagnano in Abruzzo (rimborsi e diaria a parte, ovviamente, e non è un particolare da poco), il presidente non dovrà andare oltre i 3.718,5 euro netti della Governatrice dell’Umbria, e i gruppi non potranno avere in un anno più di 18 euro ogni 100 abitanti come accaduto in Puglia nel 2011 secondo il rendiconto del Consiglio regionale.
Per rientrare in questa griglia, i “sacrifici” più pesanti si dovrebbero attuare in Sicilia e Sardegna. Il Governatore siciliano sarebbe chiamato a tagliare del 64% i 10.294 euro netti al mese (rimborsi esclusi) guadagnati da Raffaele Lombardo, e i “deputati” dell’Assemblea regionale (a Palermo li chiamano così) sarebbero costretti a tagliare del 51% la propria indennità. I gruppi consiliari, che nel 2011 si sono appoggiati su 13,7 milioni di euro, dovrebbero dimenticarne 12,8, cioè il 94 per cento. In Sardegna a fare la differenza è invece l’ipertrofia della politica in rapporto agli abitanti. I consiglieri regionali sono 80, una prima riforma sarebbe destinata a portarli a 60, ma secondo i parametri rilanciati dal decreto gli 1,7 milioni di abitanti della Regione non consentirebbero di averne più di 30. Rispetto alla situazione effettiva di oggi (dato a cui sono legati tutti i calcoli in pagina), si tratterebbe di un risparmio secco da 12 milioni di euro all’anno.
Nel suo tentativo di riportare il peso della politica di tutte le Regioni a un livello «sostenibile», il decreto approvato dal Governo sembra trascurare un particolare importante. Si mettono le briglie alle indennità, si cancellano le voci aggiuntive per la partecipazione a gruppi e commissioni, ma non si parla espressamente delle diarie e dei rimborsi che offrono un surplus pesante alla busta paga del consigliere. Per capirlo si può fare un salto a Bolzano: i dati ufficiali della Conferenza dei presidenti dei consigli regionali parlano di un’indennità netta da 2.882 euro al mese, ma basta guardare il sito istituzionale per rendersi conto che la busta paga totale superava i 14mila euro lordi, prima di essere ridotta a quota 10mila dall’ultima riforma.

I CRITERI

Posti
Le Regioni si devono adeguare al numero massimo dei posti fissato dal Dl 138/2011 in rapporto alla popolazione. Fino a un milione di abitanti i consiglieri non possono essere più di 20, 30 fino a 2 milioni di abitanti, 40 fino a 4 milioni, e così via (massimo 80 sopra gli 8 milioni). Gli assessori devono essere al massimo il 20% dei consiglieri

Indennità
Le indennità devono essere pari a quelle previste nella Regione più «virtuosa» (attualmente l’Abruzzo per i consiglieri e l’Umbria per il presidente).

Gruppi
I finanziamenti ai gruppi devono essere pari a quelle della Regione più «virtuosa» (nel 2011 la Puglia).
Le stime
Nelle tabelle si stimano i risparmi in termini di indennità e finanziamento ai gruppi che le Regioni otterrebbero adeguandosi ai nuovi parametri

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