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Imu, già 6.767 nuove delibere

Fonte: Il Sole 24 Ore

Sospesa per qualche settimana la vicenda della Tasi, in attesa dell’acconto del 16 dicembre, è il caso di tornare a fare attenzione all’Imu. Entro questa sera scade il termine entro il quale i Comuni devono inviare al dipartimento Finanze le delibere con le nuove aliquote, altrimenti anche il saldo di dicembre sarà basato sui parametri utilizzati lo scorso anno, come già avvenuto per l’acconto.

L’invio della delibera è obbligatorio solo per i Comuni che hanno voluto ritoccare qualcosa rispetto alle regole del 2013, e di conseguenza molte amministrazioni locali avrebbero potuto disinteressarsi di questa scadenza. Il censimento ministeriale aggiornato a ieri sera, però, riportava già 6.767 delibere. Più dell’80% dei Comuni, insomma, ha trasmesso le proprie decisioni fiscali al dipartimento, e val la pena di notare che solo in una minoranza dei casi (1.391 su 6.767, cioè il 20,6% del totale) le delibere sull’Imu sono state unite a quelle relative a Tasi o Tari. In genere, quindi, le delibere Imu sono arrivate da sole, segno del fatto che in molti hanno deciso di cambiare uno o molti parametri dell’imposta municipale rispetto a quelli utilizzati dodici mesi fa.

Le ragioni di questi cambi di rotta possono essere molteplici, soprattutto nei tanti Comuni medio-piccoli che finora erano riusciti a tenere le aliquote Imu lontane dai tetti massimi. Le continue incertezze che hanno caratterizzato i numeri della finanza locale, insieme al nuovo capitolo della spending review che si è profilato con il decreto Irpef di aprile ma si è concretizzato in tagli definitivi solo poche settimane fa, possono aver in molti casi indotto gli amministratori locali a rivedere le proprie scelte fiscali. Lo stesso effetto può essere stato innescato dalla girandola dei meccanismi “compensativi” per gli sconti Imu introdotti in corso d’opera, per esempio sui terreni, che hanno prodotto cifre spesso diverse da quelle attese dalle singole amministrazioni.

Anche l’incrocio con la Tasi, naturalmente, ha dato il proprio contributo. Il tributo sui servizi indivisibili, tra l’altro, quando è applicato agli immobili strumentali è integralmente deducibile dal reddito Ires o Irpef dell’imprenditore o del negoziante, a differenza dell’Imu che può essere scontata dalla base imponibile solo per un quinto: qualche associazione territoriale di categoria, quindi, ha chiesto ai propri Comuni di riferimento di rivedere il mix fiscale, abbassando l’Imu e offrendo quindi più spazio alla Tasi, con l’obiettivo di ridurre il carico fiscale complessivo sui contribuenti. Dal punto di vista dei conti locali, la mossa è del tutto neutra, dal momento che la deducibilità si traduce in uno sconto sull’Ires o sull’Irpef, e quindi non mancano i Comuni che hanno dato ascolto a queste richieste.

Per un censimento aggiornato delle nuove scelte, come accennato sopra, è presto, ma un dato è certo. Per quasi 7mila Comuni (un numero che può crescere da qui al 28 ottobre prossimo), i contribuenti e i professionisti che li assistono saranno costretti a spulciare le nuove delibere, per poi scoprire in alcuni casi che le decisioni 2014 ricalcano per filo e per segno quelle dell’anno prima. La nuova verifica esclude ovviamente solo le abitazioni principali non di lusso (cioè non accatastate in categoria A/1, A/8 e A/9), alle prese con la sola Tasi.

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