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Dopo il terremoto la beffa dell’Imu

Fonte: Il Sole 24 Ore

L’esperienza non insegna, anzi. Tutte le fasi di uscita ufficiale dalle calamità naturali, negli ultimi anni hanno portato complicazioni, ma ogni volta c’è un problema in più. Nel caso dell’Emilia, il nuovo ostacolo si chiama Imu. Breve riassunto della storia: gli obblighi fiscali e contributivi sono stati bloccati fino al 30 novembre, e i versamenti non fatti nel periodo di sospensione devono essere saldati entro il 17 dicembre (il 16 è domenica). Per case, negozi e imprese non completamente distrutte dal terremoto di maggio, quindi, il 17 dicembre scadrà sia l’acconto dell’Imu, da pagare in base alle aliquote standard fissate dal decreto «Salva-Italia», sia il saldo, che invece va calcolato con le aliquote locali decise dai Comuni. Una beffa, che costa parecchie centinaia di euro ai cittadini e decine di migliaia di euro alle imprese.
L’esperienza, però, avrebbe dovuto insegnare: nel luglio del 2010 gli abruzzesi dovettero manifestare a Roma (con tanto di cariche della polizia) per evitare il salasso fiscale, a novembre dello stesso anno per l’alluvione del Veneto si fermarono solo le tasse “dimenticandosi” dei contributi. Nel caso del sisma di maggio, teatro del periodo di sospensione più breve nella storia recente delle emergenze, c’è un’aggravante ulteriore, perché le tasse non pagate durante lo stato di calamità vanno versate in soluzione unica a dicembre. Come mai, visto che la legge sugli stati di emergenza (appena riformata) prevedeva soluzioni rateali fino a 24 mesi? Se a motivare l’eccezione è l’emergenza finanziaria, che rende particolarmente importanti le tasse di un territorio dal gettito ricco come l’Emilia Romagna, sarebbe almeno il caso di dirlo esplicitamente.

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