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Derivati del Tesoro Una partita da 160 miliardi

Fonte: Corriere della Sera

ROMA – Non ci sono «gialli» o segreti nell’attività dei derivati del Tesoro nella gestione del debito pubblico. Lo ha precisato lo stesso ministero per spiegare le perdite causate dalla chiusura anticipata di una serie di contratti swap con Morgan Stanley. Operazione che ha consentito alla grande banca d’investimenti americana, come è emerso nei suoi conti trimestrali, di ridurre l’esposizione verso l’Italia di 3,4 miliardi di dollari e che è stata regolata dallo Stato italiano con 2,5 miliardi di euro di pagamenti. Ad oggi l’insieme degli strumenti derivati (in maggioranza swap) emessi dalla Repubblica italiana, «ammonta a circa 160 miliardi, a fronte di titoli in circolazione, al 31 gennaio 2012, per 1.624 miliardi», si legge nella spiegazione del Tesoro letta alla Camera dal sottosegretario all’Istruzione Marco Rossi Doria (i due sottosegretari all’Economia erano impegnati in altre riunioni parlamentari) in risposta a una interpellanza presentata dai deputati dell’Idv che hanno sollevato il caso, già in precedenza denunciato dalla Lega Nord. Gli swap, cioè i contratti che in sostanza scommettono sui tassi di interesse o sui cambi per coprire i rischi di oscillazione, ammontano quindi a poco meno del 10% del totale dello stock del debito pubblico italiano. Con questi swap il Tesoro, autorizzato per legge a concordarli sin dal 1984, «si è immunizzato dai rialzi dei tassi di interesse, contribuendo all’allungamento della durata finanziaria del proprio debito». Un obiettivo questo «perseguito a partire dagli anni Novanta» con il positivo esito «di limitare l’impatto della recente crisi del debito sovrano, in quanto ha limitato il rischio di dover rifinanziare una grande quantità di titoli a breve termine con tassi in aumento». Risulta peraltro «fuorviante associare ai derivati, nella forma e nelle modalità utilizzate dal Tesoro nell’ambito della gestione del debito pubblico, il concetto di guadagno o perdita». Infatti coerentemente con la finalità di utilizzo dei derivati e in considerazione del loro limitato ammontare relativo allo stock di debito esistente, «per ogni anno si sono verificati – e si verificheranno in futuro -, differenziali positivi o negativi tra quanto pagato e quanto incassato». Così il valore di mercato del portafoglio derivati è definito dal Tesoro come il «valore attuale dei flussi futuri scontati al presente», che varia continuamente al variare sia del livello dei tassi di mercato sia della curva dei rendimenti. Si tratta quindi di un valore «in continuo mutamento» e di «rilevanza limitata». A guardare gli effetti sul bilancio, sulla base dei dati dell’Istat che però non distingue tra amministrazione centrale e enti locali, i derivati hanno prodotto risparmi di spesa fino al 2005 per poi cambiare segno.
Gli swap, spiega il Tesoro, non sono debiti che devono essere pagati alla scadenza, ma solo «scambi di flussi» la cui chiusura fissa i valori. E il termine del contratto può essere deciso solo su base volontaria e consensuale. A meno che non esista, come nel caso Morgan Stanley, una clausola che ha consentito la chiusura anticipata. Ma «era unica e non è presente in nessun altro contratto quadro vigente».

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