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«Con gli interventi piccoli e localistici perdiamo miliardi»

Fonte: Il Sole 24 Ore

«Per cambiare passo bisogna responsabilizzare le amministrazioni e recuperare il ritardo gravissimo dei fondi Fas. Entro l’anno dovranno essere spesi 8 miliardi di fondi Ue, oggi ne risultano utilizzati solo tre». Anche il decreto sugli interventi speciali, prossima tappa nell’attuazione del federalismo, nel l’analisi del presidente della Copaff Luca Antonini punta sulle parole d’ordine della responsabilità. Qual è l’obiettivo realistico dei programmi? Partiamo dai dati. Oggi c’è il rischio di perdere risorse importanti; è inammissibile, è uno degli aspetti più gravi dell’«albero storto» di cui ha parlato il ministro Tremonti. Si fanno fiumi di formazione sull’utilizzo dei Fas e poi rischiamo di dover restituire miliardi destinati al rilancio di infrastrutture di cui c’è un drammatico bisogno. Questo avviene principalmente perché vengono presentati microprogetti localistici, di assai dubbia utilità, e non si affrontano le vere carenze infrastrutturali. Forse un dato è l’emblema della situazione: in base ai dati della commissione la Sicilia ha speso nel 2009 1,7 miliardi per il personale e solo 14 milioni per le ferrovie. La Lombardia ha speso 200 milioni per il personale e 700 milioni per le ferrovie. Il decreto disegna un meccanismo; ma le risorse? Provengono dal fondo per lo sviluppo e al coesione, dai fondi europei e dai cofinanziamenti nazionali. Va ricordato il pessimo andamento del ciclo di programmazione unitaria 2007-2013 (oltre 35 miliardi di euro). Se lo schema di decreto non indica l’entità dei fondi, è perché la definizione di un quadro chiaro e condiviso è propedeutica per operare concretamente. La nuova dotazione del Fondo sarà definita dalla legge di stabilità relativa all’anno che precede l’avvio di un nuovo ciclo pluriennale (2014). La chiave è la responsabilità degli amministratori. Come la si raggiunge? Il decreto prevede la concentrazione su grandi obiettivi, individuati con una programmazione pluriennale. Uno degli strumenti più importanti è il «contratto istituzionale di sviluppo» che il Ministro delegato stipula con le amministrazioni per accelerare gli interventi; con il contratto, cui possono partecipare anche i concessionari di servizi pubblici (per esempio l’Anas e le Ferrovie) sono destinate le risorse e individuati tempi, responsabilità e modalità di attuazione degli interventi; in caso di inerzia o di mancato rispetto delle scadenze, il Governo può esercitare il potere sostitutivo. Il provvedimento ora è in Bicamerale. Quali punti di potrebbero migliorare? È stata giustamente rilevata da alcuni parlamentari, come Marco Causi, la necessità di un raccordo con la perequazione infrastrutturale disciplinata dal decreto interministeriale del 26 novembre 2010 in attuazione dell’articolo 22 della legge 42/09. Quando si potranno registrare i primi effetti? Visti i rischi di definanziamento citato all’inizio, il ministro Fitto ha richiamato l’esigenza di una «terapia d’urgenza» con i provvedimenti recenti per scongiurare questa eventualità. A ciò deve affiancarsi un intervento normativo che accresca la credibilità dell’Italia in sede Ue, anche per la trattativa che a giugno si aprirà sulla programmazione 2014-2020. Le Regioni Autonome sono escluse dal meccanismo? In realtà la legge delega stabilisce la applicabilità diretta dei soli articoli 15, 22 e 27, pertanto si dovrebbe applicare solo nella misura in cui si determina una convergenza nei tavoli di confronto.

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