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Compensazioni, lo Stato incassa a spese dei Comuni

Fonte: Il Sole 24 Ore

La crisi economica attuale è accentuata dal ritardo dei pagamenti della Pubblica amministrazione, evocati spesso da coloro che subiscono procedure esecutive derivanti da accertamenti fiscali e contributivi.
La soluzione individuata dal Governo è la compensazione tra debiti fiscali e crediti nei confronti di Regioni ed enti locali: in pratica lo Stato ottiene da Comuni, Province e Regioni i pagamenti dei contribuenti non in regola con gli adempimenti fiscali.
Venendo ai Comuni, il paradosso è ancora più evidente, perché le manovre bloccano la spesa per investimenti in misura ormai prossima al 30 per cento annuo. Il percorso proposto dal Governo sembra salvaguardare il rispetto dei vincoli di finanza pubblica, ponendolo a carico delle Regioni e dei Comuni, non potendosi ipotizzare sistemi “legali” di elusione del Patto. Di fatto, il decreto non innova in nulla le possibilità oggi offerte dall’ordinamento, non potendo liberare i pagamenti bloccati dal Patto.
Ma c’è di più: nel caso in cui si tratti di spesa corrente, e il Comune si trovi nell’impossibilità di pagare per carenza di liquidità dovuta ad esempio a ritardi nell’erogazioni di trasferimenti regionali o statali, i decreti prevedono che le somme in questione siano recuperate attraverso decurtazioni dei trasferimenti o compartecipazioni. Vuol dire che il Comune potrebbe trovarsi nell’impossibilità di pagare stipendi o rate di mutui, voci che non possono essere aggredite attraverso esecuzione forzata, con l’unica prospettiva di avviare la procedura di dissesto, con effetti negativi sulla finanza pubblica e sulla pressione fiscale locale. In sintesi, somme iscritte a ruolo che lo Stato di norma ha grandi difficoltà a incassare vengono forzosamente prelevate dalle casse comunali e messe a carico del Comune casualmente interessato, e dei cittadini che potrebbero vedere l’aumento di tutte le tasse e le tariffe locali per recuperare l’equilibrio finanziario.
Si individua così un canale preferenziale di pagamento dei debiti della Pa a favore del contribuente che deve soldi al Fisco attraverso la compensazione, mentre gli imprenditori che sono in regola con il pagamento delle tasse risultano scavalcati e devono aspettare i tempi “normali” .
Il costo finanziario in capo ai Comuni e ai cittadini di questa operazione non è quantificabile, mentre lo Stato vedrà il più sollecito e certo pagamento degli introiti fiscali che fino ad ora non è riuscito ad incassare; e mentre coloro che nel frattempo, per qualsiasi motivo, non hanno pagato le tasse, registrano l’immediato pagamento dei propri crediti, e vedono magicamente riaperta la possibilità di partecipare a bandi pubblici.
Le soluzioni alternative? Varare manovre assorbibili dai bilanci locali, perché quelle attuali hanno avuto il solo effetto di bloccare i pagamenti e quindi di aggravare la crisi: 11 miliardi di euro sono bloccati nella casse comunali per gli ottusi vincoli di Patto. È necessario trovare il modo di trasformarli davvero in pagamenti. Il meccanismo di compensazione può funzionare se ogni livello di governo si assume le proprie responsabilità, come in qualunque sistema federale maturo. Ciò significa assicurare bilanci in equilibrio – i Comuni sono costretti dal patto di stabilità a saldi finanziari sempre positivi – un sistema che garantisca la certezza e la puntualità dei pagamenti anche tra le amministrazioni pubbliche. Quindi un sistema di finanza pubblica davvero rinnovata che consenta agli enti locali di adempiere i propri obblighi contrattuali. In questo contesto è auspicabile l’introduzione di un serio sistema di compensazione tra crediti e debiti riferiti però allo stesso livello di governo, altrimenti le carenze del sistema si scaricano inevitabilmente sugli ultimi della catena, i più esposti, i Comuni. Qual è la reale funzione di questo provvedimento? Fornire liquidità al tessuto produttivo o fare cassa con i soldi destinati agli enti locali?

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