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Appalti, altolà ai ricorsi infondati

Fonte: Il Sole 24 Ore

ROMA – La sfida è di quelle epocali: cancellare quel surplus strutturale di costi e di tempi che affligge storicamente il sistema italiano degli appalti, anche nelle comparazioni europee. Ci prova ora il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, che riserva alle semplificazioni dell’edilizia pubblica e privata il capitolo più importante (e al momento più massiccio) del decreto legge per accelerare la crescita economica. Via via che si avvicina il 6 maggio, data indicata per il Consiglio dei ministri che dovrebbe varare il provvedimento urgente, il decreto prende corpo e nuovi capitoli vengono affinati. Confermato il freno alle «riserve» che le imprese possono mettere a verbale per variare il progetto originario e aumentarne i costi, posto sotto il tetto del 5% anche le opere compensative di mitigazione ambientale finora escluse, riconfermato lo stop agli arbitrati che costringono la Pa a soccombere nel 90% dei casi e a pagare costi elevatissimi, ora è il turno delle liti temerarie, altra orribile abitudine italiana: fatta la gara, piovono dalle imprese classificate dietro la vincitrice ricorsi in via amministrativa per tentare di bloccare l’iter dell’aggiudicazione. Una norma allo studio stabilirà che il ricorso dovrà essere fondato e, appunto, non «temerario»: se così non sarà, l’impresa sconfitta al giudizio dovrà pagare tutte le spese processuali e anche una sanzione che si sta definendo. Una norma che si pone per obiettivo la riduzione del contenzioso e la fine di questo doppio appesantimento per la pubblica amministrazione, con l’intasamento delle aule dei tribunali e il rallentamento degli appalti. Intanto il ministero delle Infrastrutture lavora agli altri capitoli del pacchetto appalti: per esempio, la trattativa privata per i lavori, per cui si dovrebbe proporre una soglia di mezzo fra i 500mila euro di oggi e l’1,5 miliardi contenuti nel Ddl sullo statuto delle Pmi, approvato dalla Camera. Il ministro Matteoli e i suoi collaboratori vorrebbero anche mettere un paletto di trasparenza, prevedendo in queste «procedure negoziate» la consultazione minima di dieci imprese da parte dell’amministrazione appaltante. Si lavora anche per coprire la fascia da 1 a 5 miliardi con il meccanismo di esclusione automatica delle offerte anomale, che sta particolarmente a cuore alle imprese piccole e soprattutto medie dell’Ance, oggi costrette a un vero e proprio far west con centinaia di partecipanti alle gare proprio nella fascia media dei lavori. Infine si cerca con il Viminale di rendere operativa la legislazione sulle white list nelle zone ad alto tasso di criminalità mafiosa: saranno le prefetture a indicare i subappaltatori che le imprese appaltatrici potranno scegliere senza il rischio di favorire aziende colluse con mafia, camorra e ‘ndrangheta. Fin qui il decreto per le semplificazioni degli appalti. C’è poi il capitolo dei fondi su cui Tremonti qualche segnale dovrà pur darlo, come chiede il presidente dell’Ance, Paolo Buzzetti. Si attende il maxi-Cipe che, forse già il 29 aprile o più probabilmente il 6 maggio, dovrebbe avere almeno tre partite all’ordine del giorno: lo sblocco dei programmi regionali finanziati con 15,4 miliardi di Fas 2007-2013; la riassegnazione alle grandi opere strategiche (mediante i contratti istituzionali di sviluppo) delle risorse Fas e Ue «liberate» dai vecchi progetti incagliati; il piano casa finanziato con i 294 milioni di fondi dell’edilizia abitativa pubblica, per un investimento complessivo di 2,6 miliardi, già concordato dal ministero delle Infrastrutture con le Regioni. Non è escluso, per altro, che si aggiungano a queste somme i 550 milioni della Regione Lazio, ultima grande regione a chiudere l’intesa istituzionale, forse in tempo per arrivare al Cipe. Più difficile (ma non escluso) che arrivi al comitato interministeriale, già per la prossima convocazione, la partita aeroportuale con lo sblocco di aumenti tariffari e investimenti per Adr, Sea e Save.

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