L’intelligenza artificiale mette a rischio il lavoro umano? Regole e tutele UE nella sfida occupazionale

“Sfide ed opportunità occupazionali nell’era dell’intelligenza artificiale”, la conferenza interparlamentare a Nicosia,  14-15 gennaio 2026

20 Gennaio 2026
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Il 14 e 15 gennaio 2026 Nicosia ha ospitato la Conferenza interparlamentare L’era dell’intelligenza artificiale: opportunità e sfide, nell’ambito delle riunioni periodiche organizzate dal Paese che detiene la Presidenza semestrale del Consiglio dell’Unione europea.

Nel precedente approfondimento abbiamo preso in esame la parte del report che contribuisce a indagare come l’intelligenza artificiale stia già influendo i processi democratici, la tenuta dello Stato di diritto e la capacità regolatoria dell’Europa facendoci guidare da una domanda base:
>> L’intelligenza artificiale mette in pericolo la democrazia? La conferenza interparlamentare a Nicosia

In questo frangente affrontiamo il secondo tema trattato dalla conferenza e riportato nel dossier europeo n. 160: Sfide ed opportunità occupazionali nell’era dell’intelligenza artificiale, in conferenza i Paesi membri hanno vagliato l’impatto dell’AI sul mercato del lavoro, in particolare sul progressivo cambiamento delle condizioni di lavoro. L’utilizzo dei nuovi sistemi di intelligenza artificiale nei processi lavorativi ha senza ombra di dubbio avvantaggiato e beneficiato, soprattutto quelle mansioni ripetitive e gravose che producono un complesso carico di lavoro e intasano gli uffici amministrativi, ciò nonostante è fondamentale soffermarsi sui potenziali rischi e riflessi negativi, non solo sui livelli occupazionali ma anche sui diritti dei lavoratori.

Indice

Un mondo del lavoro esposto all’AI

Una recente indagine condotta nel 2024-2025 dalla Commissione europea evidenzia che il 30% dei lavoratori dell’UE utilizza strumenti di intelligenza artificiale, in particolare chatbot basati su modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM), mentre una ricerca del Fondo monetario internazionale ha concluso che il 40 per cento dell’occupazione globale è esposta all’intelligenza artificiale e nelle economie avanzate, circa il 60 per cento dei posti di lavoro è esposto all’AI*. L’intelligenza artificiale d’altronde contribuisce a rendere i lavoratori “più produttivi” e le imprese “più efficienti”, stimolando innovazione nei prodotti e nei servizi, eppure la rapidità strettamente correlata all’utilizzo di queste tecnologie se da una parte crea opportunità, dall’altra porta anche rischi concreti su livelli occupazionali e diritti.

>> CONSULTA IL DOSSIER DELLA CONFERENZA INTERPARLAMENTARE.

Gli studi riportati nel dossier, rispettivamente a cura dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico e l’Organizzazione internazionale del lavoro hanno concluso che l’AI generativa ha maggiori probabilità di aumentare i posti di lavoro anziché distruggerli, automatizzando alcune mansioni piuttosto che sostituendole completamente.

* tutti i dati citati sono all’interno del dossier.

L’AI “utile”: produttività, sicurezza e nuovi equilibri organizzativi

Il dossier segnala che il vantaggio più immediato riguarda la capacità dell’AI di alleggerire compiti e migliorare l’efficienza, aprendo spazi anche per una migliore qualità della vita lavorativa. Il Comitato economico e sociale europeo (CESE) sottolinea che gli strumenti basati sull’AI possono migliorare condizioni di salute e sicurezza sul lavoro e contribuire a ridurre il carico di lavoro, con ricadute positive sull’equilibrio vita-lavoro e sulla salute mentale.

La digitalizzazione, inoltre, viene collegata anche alla capacità di affrontare la carenza di manodopera e sostenere la produttività, secondo la Commissione europea: implicitamente l’AI crea nuovi posti di lavoro per la necessità di trovare persone che sappiano studiarla, interfacciarvicisi e monitornarne lo stato di sicurezza.

L’AI “pericolosa”: sorveglianza, discriminazioni e dequalificazione

Accanto al potenziale, emergono i pericoli: nel lavoro l’AI non incide solo “su cosa si fa”, ma su come si viene gestiti. Il CESE invita a prestare particolare attenzione ai rischi delle forme di controllo pervasivo rese possibili dalla gestione algoritmica: sorveglianza abusiva, discriminazione, perdita di autonomia e conseguenti rischi psicosociali.

A livello più ampio, il Parlamento europeo ricorda che la digitalizzazione può portare a riorganizzazione della forza lavoro e persino alla scomparsa di alcuni settori. Inoltre, lo stesso Parlamento avverte che l’AI potrebbe ampliare disuguaglianze di reddito: aumentare il volume delle occupazioni ad alto livello di qualificazione potrebbe tradursi in una sostituzione di quelle a basso livello.

I sistemi di intelligenza artificiale potrebbero poi portare ad alimentare processi di dequalificazione e favorire lavori scarsamente retribuiti e a bassa autonomia, fino a spingere verso forme “gig” e atipiche.

Leggi anche:
>> L’Intelligenza artificiale tra potenziale e rischi: cronaca di una rivoluzione annunciata.

La risoluzione del Parlamento europeo

Nel dossier viene richiamata la risoluzione approvata dal Parlamento europeo nel maggio 2022 (“L’intelligenza artificiale in un’era digitale”), che dedica attenzione diretta al rapporto tra AI e mercato del lavoro. Il Parlamento riconosce che la digitalizzazione può riorganizzare la forza lavoro e far scomparire alcuni settori, ma indica anche la strada per trasformare l’impatto in valore: infrastrutture di supporto, istruzione e formazione possono convertire l’adozione dell’IA in produttività e nuovi posti di lavoro ad alto valore aggiunto.

La soluzione politico-regolatoria più netta: il dossier segnala che il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione con raccomandazioni alla Commissione europea per una nuova normativa che disciplini l’uso delle tecnologie algoritmiche (inclusa l’IA) nei luoghi di lavoro. Il punto qualificante non è “vietare l’IA”, ma imporre condizioni: supervisione umana, trasparenza, tutela dei diritti fondamentali e dei dati personali.

Il dossier non si limita a un inquadramento politico: nella sezione “Contributi al dibattito” (pag. 31) richiama ricerche che motivano l’urgenza di una governance:

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