Il Consiglio dei ministri con il comunicato stampa n. 155, su proposta della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ha deliberato di proporre al Presidente della Repubblica l’adozione del decreto che fissa domenica 22 e lunedì 23 marzo 2026 come date per il referendum popolare confermativo sulla riforma costituzionale della giustizia. La consultazione riguarda la legge costituzionale recante “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 253 del 30 ottobre 2025.
La decisione segue la comunicazione dell’Ufficio centrale per i referendum della Corte di Cassazione, che il 18 novembre 2025 ha ammesso le richieste di referendum confermativo conformi alla Costituzione e alla legge vigente. In base all’art. 15 della legge n. 352 del 25 maggio 1970, la consultazione deve essere indetta entro 60 giorni dalla comunicazione e collocata in una domenica compresa tra il cinquantesimo e il settantesimo giorno successivo al decreto.
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Indice
Contenuto e natura costituzionale della consultazione
Il quesito referendario riguarda l’approvazione o il respingimento della legge costituzionale di riforma dell’ordinamento giudiziario e riguarda in particolare la separazione delle carriere tra magistratura giudicante e magistratura requirente (pubblici ministeri). La legge modifica profili costituzionali dell’ordinamento giudiziario e istituisce una Corte disciplinare autonoma, con l’obiettivo dichiarato di rafforzare la specializzazione e l’indipendenza delle rispettive funzioni.
Si tratta di un referendum confermativo previsto dall’articolo 138 della Costituzione: l’esito della consultazione determina la validità o meno della legge costituzionale. Per questo tipo di consultazioni non è previsto alcun quorum di partecipazione: la legge è confermata se prevale la maggioranza dei voti espressi.
Il testo si presenterà così: «Approvare il testo della legge costituzionale recante “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e istituzione del tribunale disciplinare” approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 253 del 30».
Dove il no respinge la riforma proposta dal vigente Governo.
Mentre il sì la conferma, legittimando la legge e cambiando l’assetto della magistratura.
Come cambia la legge se vince il sì?
Pricipale novità che sarebbe introdotta se il Referendum avesse una maggioranza di “Sì” è la separazione delle carriere tra magistratura giudicante e requirente.
Fino a questo momento la legislazione vigente prevede che sia consentito il passaggio tra il ruolo di giudice al ruolo di pubblico ministero e viceversa (così da poter svolgere entrambe le funzioni: giudicante e accusatoria e garantire la conoscenza e la parzialità di ambe le cariche).
Il nuovo disegno legge prevederebbe che giudici e pubblici ministeri seguano due percorsi di carriera completamente autonomi, regolati dai propri Consigli superiori (due, istituiti con la medesima legge e presieduti dal Presidente della Repubblica) e impossibilitati a un passaggio o un cambio ruolo.
Oltre ai due Consigli, la legge prevede l’istituzione di un terzo organo: una nuova Alta Corte di giustizia disciplinare (formata da 15 giudici di cui tre nominati dal presidente della Repubblica, tre estratti a sorte da un elenco fornito dal Parlamento e i restanti selezionati tra magistrati con almeno un ventennio di esperienza) a cui sarebbe affidato l’incarico di sanzionare le violazioni commesse dai magistrati al posto del sistema disciplinare interno al Consiglio.
Il referendum fa litigare anche sulla data
La maggioranza di governo, che è poi quella che ha voluto il Referendum, avrebbe voluto fissarlo all’inizio di marzo, mentre le opposizioni, nettamente contrarie alla riforma proposta, hanno chiesto che la votazione avvenisse ad aprile (per avere più tempo per strutturare una campagna del no).
Le principali proteste dei partiti di centrosinistra e dei comitati per il “no” vertono sullo stesso punto: che questa riforma si trasformi in una maniera di rendere fragile il sistema della magistratura e ridurne l’efficacia e l’imparzialità.
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