«Amorte ‘o ssaje che d’è? … è una livella », spiega «Esposito Gennaro, netturbino » al suo vicino di tomba «il nobile marchese / signore di Rovigo e di Belluno / ardimentoso eroe di mille imprese» nella celeberrima poesia scritta da Totò. La morte è una livella: «’nu re, ‘nu maggistrato, ‘nu grand’ommo», una volta defunti, sono uguali allo spazzino. Per il senatore Fabio Rizzi, però, pare non sia così. Medico anestesista e funzionario di partito, eletto nella Lega, Rizzi firma una delle tre proposte di legge per regolamentare l’uso dei cadaveri a fini di ricerca scientifica e di formazione professionale. Un tema serio, come ricorda il parlamentare, sul quale è necessario arrivare a una definizione. I corpi dei morti, infatti, sono «di fondamentale importanza per la scienza medica». Per lo «studio anatomico» e «la sperimentazione di interventi di particolare complessità» e la «messa in opera di nuove tecniche e apparecchiature» e un mucchio di altre cose. Insomma: al di là degli scongiuri scaramantici, dal dolore di una morte possono nascere speranze di vita. E fin qui le tre proposte, più o meno, concordano. Punto di partenza: una dichiarazione che consenta ai cittadini, per il bene della collettività, di mettere generosamente a disposizione il proprio cadavere. È dopo che i disegni di legge si dividono in modo insanabile. Per la democratica Dorina Bianchi «la mancata dichiarazione di volontà è considerata quale dissenso all’utilizzo del proprio corpo». Per Michele Saccomanno e gli altri firmatari della legge pidiellina, lo stesso: «La mancata dichiarazione di volontà o la modifica anche solo verbale prima della morte è considerata quale dissenso inoppugnabile». Per il leghista Rizzi, no: per lui va usata anche la salma che, «trascorsi dieci giorni dal decesso, non venga da alcuno richiesta per la sepoltura». E qui il tema è spinosissimo, soprattutto in un Paese come il nostro dove la burocrazia, la sciatteria, l’approssimazione hanno dimostrato in questi anni come possono trascorrere dei mesi prima che qualcuno si ponga davvero il problema di certi cadaveri sconosciuti abbandonati negli obitori. Un caso per tutti? Quello di Massimo Mandolini, morto su un bus a Portici e rimasto per un anno nelle celle del policlinico di Napoli nonostante la denuncia immediata della madre, che per mesi aveva bombardato di lettere il mondo intero, dalla trasmissione Chi l’ha visto? al presidente Napolitano. Un caso tra i tanti. Come quello di Antonio Buti, stimatissimo professore di lettere a riposo, morto tutto solo all’ospedale di Genova. Potremmo raccontarne a decine. Nella maggioranza dei casi però, i morti non reclamati sono immigrati. Guai, se il senatore leghista avesse avuto questo retropensiero? Che possano esserci non solo cittadini di serie A e di serie B, ma anche defunti di serie A e di serie B sarebbe inaccettabile.
Se anche i defunti diventano di serie A e B
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