Il taglio dell’Imu fa levitare altre tasse

Italia Oggi
22 Maggio 2013
Modifica zoom
100%

Dal governo ulivista a quello berlusconiano, passando attraverso l’esecutivo tecnico per giungere ora alle larghe intese non si nota differenza veruna nella filosofia ispiratrice della politica nazionale. Chiunque sieda a palazzo Chigi o a via Venti Settembre, quali che siano i partiti che costituiscono la maggioranza, fiscalismo era e fiscalismo resta.

Non c’è di che faticare per trovare appigli dimostrativi. La rata dell’Imu è stata congelata: per rimodularla (magico eufemismo celante la vergata) ecco che Stefano Fassina propone d’incrementarla a carico dei «ricchi», secondo una visione classista, socialistica e paleomarxista. Da parte del Pdl si propugnano incrementi impositivi su giochi e altro: insomma, per diminuire una tassa se ne fanno crescere altre. Nel discorso di Enrico Letta in vista del Consiglio europeo è rispuntata la mitica «armonizzazione fiscale», perifrasi esteticamente garbata molto in uso fra gli eurocrati: significa far salire il carico di questa o quell’imposta al massimo livello europeo. In luogo, insomma, del federalismo fondato sulla concorrenza fiscale, si propugna un europeismo al peggio, mettendosi sulle orme del Paese più tassatore. Non c’è che fare. Quasi l’intera classe politica nostrana vive prigioniera di un mito: l’invarianza del gettito fiscale. Se intende diminuire il peso di una singola imposta, giudicando che abbia superato i livelli della più oppressiva tollerabilità e possa ingenerare perfino forme di rivolta (sciopero, resistenza, disobbedienza_) fiscale, non trova di meglio se non incrementare altri balzelli. Il fine non è sopprimere il torchio (per riprendere l’immagine usata nel contrassegno dell’Uomo qualunque), bensì mutare la parte del corpo da torchiare.

Scrivi un commento

Accedi per poter inserire un commento