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Prima casa, resta l’ombra del caro tasse

La girandola di sigle e acronimi via via battezzati per indicare il “nuovo”, anzi, i nuovi tributi su terreni e fabbricati – al di là della naturale ironia che si porta dietro – non deve distogliere l’attenzione dalla “sostanza”, con cui sia proprietari sia inquilini dovranno confrontarsi a partire dal prossimo anno. Il disegno di legge di Stabilità, almeno nella versione votata in nottata al Senato con la fiducia, e in attesa di capire che succederà alla Camera, ridisegna l’assetto del prelievo immobiliare. Non arriva quel cambiamento radicale che molti auspicavano, ma piuttosto una timida soluzione di compromesso. Una soluzione sulla quale pesa l’evidente necessità di conciliare le esigenze della politica e quelle (ben più importanti) dei conti pubblici. La sintesi si chiama Iuc, imposta unica comunale. Unica nel nome, ma non nei fatti. Perché la Iuc tiene al suo interno ben tre diverse tasse: la vecchia Imu, che sarà pagata da tutti i proprietari di immobili, con esclusione delle prime abitazioni non di lusso; il Tasi, tributo sui servizi indivisibili dei Comuni, che sarà pagato dai proprietari di immobili, comprese le prime case, e che avrà una quota (variabile) a carico degli inquilini; la Tari, la tassa sui rifiuti che colpirà – grosso modo come avviene ora per la Tarsu/Tia/Tares – i proprietari o gli inquilini.

Dal punto di vista strettamente letterale, quindi, è certamente vero che l’abitazione principale non pagherà più l’Imu. Sappiamo, purtroppo, come da mesi e mesi la questione “Imu sì-Imu no” (sulla prima casa) abbia di fatto distolto l’attenzione da problemi ben più rilevanti.

A dire il vero, non si tratta dell’unico problema, perché questo stucchevole dibattito non ha solo distolto attenzione ma anche (e soprattutto) risorse, visto che la soppressione di prima e seconda rata dell’imposta municipale sulla prima casa richiederà nel 2013 uno sforzo di circa 5 miliardi di euro, in gran parte ancora da trovare (anche con l’aumento di altre forme di prelievo).

Ma tant’è. Formalmente, dal 2014, la prima casa non pagherà più l’Imu. Nella sostanza, però, una forma di prelievo sulla prima casa – il Tasi – rimane. Il che, come si è più volte detto, non è necessariamente una sciagura, anche guardando a quello che accade in moltissimi altri paesi, dalla Francia alla Gran Bretagna. Il problema dell’Imu sulla prima casa non è mai stato quello della sua “legittimità”, quanto piuttosto quello di un tributo che – per come era arrivato e per come era stato costruito – finiva per pesare in modo eccessivo (anche) sulle abitazioni utilizzate direttamente dai proprietari. Il nuovo sistema sancisce il passaggio da una logica di imposta patrimoniale sulla prima casa (che comunque resta sugli altri immobili) a un tributo che servirà per finanziare alcuni servizi offerti dai Comuni.

Complessivamente, la manovra sugli immobili con il tris di nuove imposte non alleggerirà la pressione del fisco sul mattone. Alcuni tetti alle aliquote per evitare ulteriori aumenti sono stati previsti, ma è difficile immaginare un allentamento. I due tributi immobiliari in senso stretto – Imu e Tasi (esclusa quindi la Tari, che comunque pure aumenterà per il vincolo di copertura del costo del servizio di raccolta dei rifiuti) – garantiranno circa 24 miliardi di gettito, che sono esattamente i 20 attesi quest’anno più i quattro miliardi delle prime case escluse ora dal pagamento e che sono stati o saranno coperti una tantum con altre entrate e (pochi) tagli.

A conti fatti, quindi, per tutti gli immobili diversi dalla prima casa poco dovrebbe cambiare rispetto a quest’anno, in termini di peso del prelievo, che resterà elevato (arriva però, come consolazione, la deducibilità dell’Imu ai fini delle imposte dirette per gli immobili strumentali). E ciò anche considerando il fatto che i Comuni hanno in genere già spinto le aliquote ai livelli massimi e che in base al Ddl di Stabilità, la somma di Imu e Tasi non potrà sperare questi livelli.

Sulla prima casa, al contrario, si prospetta un’incognita. Anzi, un rischio: e cioè, che le esigenze di entrate dei sindaci possano trovare proprio nell’abitazione principale l’unico bersaglio possibile. La legge di stabilità offre ai Comuni strumenti per introdurre detrazioni e sconti sulla prima casa (e attribuisce ai municipi un fondo di 500 milioni), ma quello che accadrà lo si dovrà misurare alla prova dei fatti. Se serviranno risorse aggiuntive, e visto che i margini di manovra fiscale sugli altri immobili sono già ora azzerati, l’eventualità che a pagare siano ancora i proprietari di prime case non è così irrealistica. Il che, però, riproporrebbe paradossalmente il principale difetto dell’Imu: vale a dire, un conto eccessivamente salato, al quale è stato solo cambiato di nome.

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