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IRAP e oneri riflessi sui compensi per diritti di rogito ai segretari

Ccompensi per diritti di rogito ai segretari

di AMEDEO SCARSELLA

La Corte dei conti, Sezione Autonomie, con la deliberazione 21/2015/QMIG, si è espressa in merito all’interpretazione dell’art. 10 del d.l. n. 90/2014, convertito con legge n. 114/2014, norma che ha modificato la disciplina dei compensi connessi all’attività rogatoria dei segretari comunali. In altre sedi si è avuto modo di dare conto del contrasto che si è venuto a creare in merito ai segretari che hanno diritto a percepire i compensi con i giudici ordinari, che in modo consolidato hanno “sconfessato” l’interpretazione fornita dalla Corte dei conti. Infatti, la Sezione autonomie aveva ritenuto dovuti i diritti di rogito soltanto ai segretari di fascia “C”, mentre secondo il giudice del lavoro non ci sono dubbi che i segretari appartenenti alle fasce professionale “A” e “B” in Enti privi di dirigenti hanno diritto a percepire una quota dei proventi dei diritti di segreteria (si vedano i precedenti articoli I diritti di rogito per i Segretari in Enti privi di dirigenza tra giudice ordinario e pareri della Corte dei conti e Spettanza diritti di rogito ai Segretari in Enti privi di dirigenza: il giudice ordinario consolida l’orientamento).
La Corte dei conti, Sezione Autonomie, con la deliberazione 21/2015/QMIG si è pronunciata anche sugli oneri fiscali e previdenziali connessi ai compensi. Così, dopo aver escluso che gli Enti possano nella propria autonomia regolamentare stabilire una “quota” dei diritti di segreteria da erogare a favore del segretario comunale, ha comunque sostenuto che “le somme destinate al pagamento dell’emolumento in questione devono intendersi al lordo di tutti gli oneri accessori connessi all’erogazione, ivi compresi quelli a carico degli Enti”.
Tuttavia, la giurisprudenza ordinaria chiamata a pronunciarsi su tale problematica è orientata in senso diametralmente opposto, ritenendo sia l’IRAP che gli oneri riflessi alla stregua di somme che non possono gravare sul compenso di competenza del segretario.

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Il tema dell’IRAP

Lo scorporo dell’IRAP è tema che non ha visto una soluzione univoca e non è nuovo, in quanto già presente riguardo ai compensi professionali degli avvocati interni prima e gli incentivi tecnici poi. Da una parte la magistratura contabile consolidata nel ritenere che le risorse dell’Irap (oltre che dei contributi) devono essere scorporate e dall’altra il giudice del lavoro che fa gravare l’imposta sul datore di lavoro ritenendo irrilevanti gli aspetti contabili.
Per quel che riguarda i diritti di rogito, a quanto consta, il giudice ordinario si è pronunciato sul tema in due occasioni, prevedendo in entrambe i casi che l’onere dell’IRAP non possa gravare sul segretario comunale.
Così il Tribunale di Parma con sentenza n. 250 del 26 ottobre 2017 ha affermato: “Quanto al problema dell’IRAP, si ritiene che la stessa non possa essere per legge essere trasferita come onere tributario a carico dcl dipendente, sottraendola dal quantum dovuto per i diritti di segreteria spettanti all’odierna ricorrente. In tal senso si veda la recente sentenza della Corte di Cassazione, Sez. Lavoro n. 20917/2013 che condanna l‘operato di un’azienda sanitaria che aveva tentato di trasferire l’onere economico rappresentato dall’IRAP, senza dubbio a carico dell‘ente/datore di lavoro, sui compensi erogati a numerosi dirigenti medici, facendola cosi gravare su soggetti diversi da quelli passivi del rapporto di imposta. Anche l’Agenzia delle Entrate, con risoluzione n. 123/E del 2.04.2008, ha chiarito che l’IRAP non può essere ricompresa tra gli “oneri riflessi” di cui all’art. 1 comma 208 della l. 266/2005 e che, avendo carattere di realità (Corte Cost., sentenza n. 156/2001), non può che gravare sul datore di lavoro e non sul lavoratore dipendente i cui compensi hanno natura retributiva. Il presupposto impositivo, secondo l‘Agenzia delle Entrate, ai sensi del d.lgs. 15/12/1997 n.446, si realizza in capo all’ente che eroga il compenso di lavoro dipendente, il quale rappresenta il soggetto passivo di imposta cioè colui che, in quanto titolare di un’organizzazione. è tenuto a concorrere alle spese pubbliche ai fini di detto tributo (nello stesso senso si veda anche Corte dei Conti, sezione Emilia-Romagna parere n. 4 contenuto nella deliberazione n. 34 del 2007 nonché Tar Sardegna, 9.06.2016 n. 493)”.
Nella stessa direzione si è espresso anche il Tribunale di Busto Arsizio con sentenza n. 446 del 13 novembre 2017, secondo il quale l’IRAP sui diritti di rogito del segretario comunale deve essere posta integralmente a carico del comune e non dell’Ufficiale rogante. Infatti, l’art. 3, comma 1, lett. e-bis) del d.lgs. 15 dicembre 1997, n. 446 individua tra i soggetti passivi dell’IRAP solo la P.A. e non i dipendenti pubblici. Secondo il Giudice del Lavoro di Busto Arsizio, il Segretario Comunale non può essere soggetto passivo dell’IRAP, ossia obbligato in proprio al pagamento nei confronti dell’erario, per la semplice ragione che: “Il presupposto impositivo a cui è subordinata la tassazione IRAP è l’autonoma organizzazione che manca, invece, al Segretario Comunale, che non è un lavoratore autonomo/libero professionista ma un dipendente pubblico. Il presupposto impositivo dell’IRAP si realizza in capo all’Ente che eroga il compenso di lavoro dipendente, il quale rappresenta il soggetto passivo dell’imposta, cioè colui che, nella valutazione del Legislatore, in quanto titolare di detta organizzazione è tenuto a concorrere alle spese pubbliche, ai fini di detto tributo. Conseguentemente — in assenza di specifica normativa di segno contrario — l’onere fiscale de quo non può gravare sul lavoratore dipendente in relazione a compensi di natura retributiva (Agenzia delle Entrate con la Risoluzione n. 123/E del 2 aprile 2008) bensì unicamente sul datore di lavoro. La indubbia natura retributiva dei diritti di rogito è desumibile dal fatto che gli stessi sono conglobati nel trattamento complessivo dei Segretari Comunali ai sensi dell’art. 37 del CCNL del 16/05/2001”.
Alla medesima soluzione, ossia che l’IRAP, non essendo un onere riflesso, non può gravare sul lavoratore dipendente in relazione ai compensi di cui è pacifica la natura retributiva, è giunto anche il giudice amministrativo che, occupandosi di compensi per l’avvocatura, ha ritenuto la diversa posizione espressa dalla Corte dei conti assolutamente non condivisibile (in tal senso, si veda TAR Sardegna sentenza n. 493 del 9 novembre 2016).

Gli oneri riflessi

La Sezione Autonomie della Corte dei conti, nella deliberazione 21/2015/QMIG, ritiene che le somme incassate per diritti di rogito siano a lordo anche degli oneri riflessi e giunge a tali conclusioni, in quanto le stesse “oltre ad essere in linea con il regime giuridico che caratterizza altri compensi incentivanti, appaiono coerenti con la ratio sottesa al complesso delle disposizioni che hanno modificato la disciplina dei diritti di rogito – attribuendo l’integralità del gettito all’Ente locale – nonché ai criteri informatori dell’ipotesi derogatoria prevista dal comma 2 bis dalla cui applicazione non possono, evidentemente, derivare maggiori spese per l’Ente”.
Tale argomentazione presta il fianco ad un’obiezione sicuramente fondata. Per gli “altri compensi incentivanti” è la stessa norma che prevede tale meccanismo.
Così per gli incentivi per le funzioni tecniche con l’art. 3, comma 29, della l. 350/2003 si stabiliva che “I compensi che gli enti locali, ai sensi dell’articolo 18 della legge 11 febbraio 1994, n. 109, e successive modificazioni, ripartiscono, a titolo di incentivo alla progettazione, nella misura non superiore al 2 per cento dell’importo a base di gara di un’opera o di un lavoro, si intendono al lordo di tutti gli oneri accessori connessi alle erogazioni, ivi compresa la quota di oneri accessori a carico degli enti stessi”. Norma ripresa negli stessi termini sia dal d.lgs. 163/2006 che, da ultimo, dall’art. 113, comma 3, del d.lgs. 50/2016 dove si dispone “Gli importi sono comprensivi anche degli oneri previdenziali e assistenziali a carico dell’amministrazione”.
Stesse considerazioni possono farsi in merito ai compensi per l’avvocatura per i quali l’art. 1, comma 208, della l. 266/2005 che regolamenta lo stesso tema prevede: “Le somme finalizzate alla corresponsione di compensi professionali comunque dovuti al personale dell’avvocatura interna delle amministrazioni pubbliche sulla base di specifiche disposizioni contrattuali sono da considerare comprensive degli oneri riflessi a carico del datore di lavoro“.
Per quel che riguarda i diritti di rogito, invece, manca una disposizione analoga. Secondo la Corte dei conti è sufficiente il riferimento al termine “quota” contenuto nella norma (“una quota del provento annuale spettante al Comune […], è attribuita al segretario comunale rogante, in misura non superiore a un quinto dello stipendio in godimento”).
Tale ricostruzione è stata ritenuta errata dall’unico giudice ordinario che a quanto risulta si è occupato della problematica. Ci si riferisce alla sentenza del Tribunale di Busto Arsizio n. 446 del 17 novembre 2017 dove è possibile leggere “Nel caso dei diritti di rogito, gli oneri contributivi vanno ripartiti tra Ente e Segretario Comunale, ciascuno assumendo a proprio carico la quota di pertinenza, non rinvenendosi, ad oggi, nel nostro ordinamento giuridico – alcuna norma che deroghi dal sistema ordinario di riparto degli oneri contributivi. Gli “oneri riflessi” devono essere ripartiti tra il Comune di …. e il ricorrente, e non posti integralmente a carico del segretario comunale”.

Conclusioni

In conclusione, i giudici del lavoro stanno iniziando a pronunciarsi anche sul tema degli oneri fiscali e previdenziali connessi ai diritti di rogito, assumendo anche in questo caso soluzioni diametralmente opposte a quelle cui era giunta la Sezione Autonomie della Corte dei conti, ritenendo che:

  1. l’IRAP, non essendo un onere riflesso, non può gravare sul lavoratore dipendente in relazione ai compensi di cui è pacifica la natura retributiva
  2. gli riflessi sulle somme da erogare a titolo di diritti di rogito debbano essere ripartiti tra comune e segretario secondo le regole ordinarie, non sussistendo alcuna previsione normativa espressa che consenta di derogare a tali regole.

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