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Riforme, passa l’art. 1 col ‘canguro’, nessun emendamento sull’art. 2

La riforma costituzionale tanto cara al premier Matteo Renzi procede nell’aula del Senato nonostante la dura battaglia ostruzionistica delle opposizioni. Ieri la maggioranza ha incassato il sì all’articolo 1 con ben 172 voti e soprattutto conferma di avere il sostegno dei verdiniani sulle questioni più delicate come l’emendamento ‘canguro’ che ha velocizzato l’iter del provvedimento su cui i voti sono saliti a 176.

E il primo a sottolinearlo spargendo ottimismo proprio nelle ore più tese a Palazzo Madama è stato il premier-segretario: “Con la vittoria sull’articolo uno e l’accordo sul 2 comma 5”, ha spiegato Renzi ai suoi, “il passaggio più difficile è stato brillantemente superato e si fa un grande passo avanti”.

Dopo diversi giorni di tensione con la Presidenza del Senato poi ieri c’è stato anche il disgelo siglato da un colloquio a quattr’occhi tra Pietro Grasso e il Ministro delle riforme, Maria Elena Boschi.

Un disgelo che ha rinfocolato gli attacchi delle opposizioni alla seconda carica dello Stato accusata non solo dai grillini ma perfino da Fi di creare “pericolosi precedenti”. Sarà stato un caso, infatti, ma poco dopo aver fatto trapelare l’ipotesi di un emendamento del governo sull’articolo 2 per evitare i voti segreti la stessa Boschi e Palazzo Chigi hanno corretto il tiro: “Non ci sarà nessun emendamento del governo all’articolo 2 della riforma costituzionale – è stata la linea dettata dal governo –  Un emendamento del Governo caricherebbe la questione tecnica di significato politico e dovrebbe costringere il Governo stesso a un voto segreto o a porre la questione di fiducia. E Renzi non ha alcuna intenzione di farlo”. 
Una mano però l’ha data anche Grasso annunciando alla ripresa della seduta che i voti segreti saranno molti meno di quelli previsti inizialmente e su cui già si stava esercitando il pallottoliere di maggioranza e opposizione con il calcolo dei possibili franchi tiratori e anche dei possibili soccorsi ‘azzurri’ o meno.

Alla fine questa mattina il voto segreto potrebbe essere uno soltanto e se scioglierà il nodo dell’elezione del Capo dello Stato il Pd potrà contare di certo anche sui voti della sua minoranza, come ha lasciato intendere Vannino Chiti chiedendo di riaprire una trattativa sull’articolo 21. Anche calcolando i tre dissidenti considerati ormai ‘persi’, ossia Tocci, Mineo e Casson, e con qualche assenza strategica, che non manca mai, l’obiettivo della maggioranza in Aula dovrebbe essere alla portata di Renzi.

Il Senato dopo la riforma
La riforma punta a mettere fine al bicameralismo paritario dando vita al nuovo Senato con funzioni di ente di rappresentanza territoriale composto da sindaci e consiglieri regionali. Il nodo riguarda l’elezione dei futuri senatori: indiretta e stabilita all’interno dei consigli regionali, secondo l’idea iniziale del governo; da restituire ai cittadini secondo gran parte dell’opposizione e della minoranza Pd. Dopo i tentativi di compromesso, l’ipotesi di una forma intermedia che consenta ai cittadini di scegliere di fatto i consiglieri destinati al Senato e ai consigli regionali il compito di ratificare la scelta. Su questa idea il Pd ha ritrovato una generale unità.

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