Questo articolo è stato letto 0 volte

P.a., buste paga sempre più light

Fonte: Italia Oggi

Siamo in pieno periodo di dichiarazioni dei redditi e proprio in questi giorni le famiglie italiane si trovano a fare calcoli e bilanci, con qualche spiacevole sorpresa, a volte anche rispetto alle detrazioni fiscali per le quali si rischia di perdere i benefici, magari solo a causa di qualche lavoretto saltuario che era servito a integrare il reddito. Massimo Battaglia, segretario generale della Confsal-Unsa, ci dice che, presso gli sportelli dei Caf della Confsal, una questione spesso sottoposta dai contribuenti, è quella relativa al limite annuo di 2.840,41 euro di reddito lordo maturato dai familiari, oltre il quale essi non sono più considerati fiscalmente come parenti a «carico». Pertanto, in virtù di lavori saltuari di moglie e figli, è facile superare questo importo, con la conseguenza di perdere sia le detrazioni fiscali previste per i familiari a carico sia la possibilità di poter detrarre le spese sostenute (spese sanitarie, universitarie ecc.). Uno smacco doppio quindi, sia per il nucleo familiare che per il dipendente pubblico che si ritrova una busta paga più «leggera». Presso gli sportelli Caf, dove proprio in questi giorni si stanno raccogliendo le dichiarazione dei redditi relative all’anno 2010, dall’esame degli atti, oltre che dagli amari sfoghi dei soggetti interessati, è possibile rilevare un incremento del disagio dovuto al mancato inserimento nel mondo del lavoro dei figli maggiorenni, che hanno completato il ciclo degli studi e sono in attesa di avere un’autonomia economica che gli possa consentire di progettare il futuro e sgravare anche la famiglia delle spese dovute al proprio mantenimento, o il ritorno in famiglia dei figli che hanno concluso l’attività di lavoro atipica o non continuativa. Anche dal bollettino economico della Banca d’Italia, emerge che, mentre le ore da lavoro interinale sono aumentate del 24%, sono diminuite le posizioni di lavoro dipendente a tempo indeterminato, con 223 mila persone che non risultano più impiegate. Il numero delle persone in cerca di occupazione da oltre 12 mesi è aumentato del 7,4% (73 mila persone), mentre 92 mila cittadini italiani sono rientrati nell’esercito di coloro che non cercano più un’occupazione perché ritengono di non riuscire a trovarla. Mentre i figli tornano a casa dei genitori al termine del lavoro a tempo determinato, talvolta anche rinunciando alla ricerca di nuovi lavori, in Europa si continua a parlare di allungamento dell’età pensionabile, impedendo così il ricambio generazionale ed allungando i tempi di inserimento nel mondo del lavoro, specie in un paese come il nostro, dove è ancora in vigore il blocco delle assunzioni pubbliche. Oggi, dice Battaglia, «anche l’impiegato pubblico appartiene a una fascia sociale che va considerata debole, specie se a lavorare è solo uno dei componenti famigliari, tanto più se ci sono uno o più figli a carico. Occorre rivedere la normativa sugli sgravi fiscali per famigliari a carico per sostenere i nuclei famigliari con reddito medio e medio-basso». La Federazione Confsal-Unsa, negli scorsi mesi, ha elaborato dei calcoli dai quali è risultato che il dipendente pubblico di posizione economica media (ex B3) si ritrova con un aumento retributivo inferiore rispetto alla crescita dei prezzi al consumo registrati nello stesso periodo, con evidente perdita del potere di acquisto e conseguente incremento delle difficoltà a gestire l’economia familiare, portando al paradossale effetto di ritrovarsi una busta paga più «leggera». Se a questo si somma l’effetto drammatico portato dal blocco triennale degli stipendi, ben si comprende come la situazione per la maggioranza dei pubblici dipendenti diventa una questione di sopravvivenza. «Viviamo in una società dominata dalle campagne mediatiche, molto spesso costituite ad hoc dai centri di potere», dice il Segretario generale. «Ciò che non finisce sui giornali cessa di essere una notizia. Noi, invece, come organizzazione sindacale abbiamo il compito di dare voce al disagio collettivo e di denunciare la realtà dei fatti. E la realtà è che, pur se i giornali se lo sono dimenticati, continua ad esistere la crisi della “terza” settimana in molte famiglie, quando non bastano più i 50 euro per pagare le bollette». «La verità», specifica Massimo Battaglia, «è che molte categorie del pubblico impiego hanno avuto in 10 anni aumenti retributivi totalmente erosi dalla crescita contemporanea dei prezzi al consumo, che è stata pari ad un elevato 20,9%. Esistono dei precisi strumenti di intervento per sostenere le fasce deboli del Paese e la Confsal-Unsa continuerà a battersi perché vengano applicati». Aggiunge Battaglia «in primo luogo, chiediamo procedure rapide per verificare lo stato delle maggiori entrate fiscali e destinarle al finanziamento del contratto dei dipendenti pubblici. Mentre gli evasori sottraggono alle casse dello stato risorse per più di 120 miliardi di euro, la manovra del governo ha previsto il blocco dei contratti pubblici per avere un risparmio di circa 5 miliardi. Ci sembra giusto che ora, che i primi frutti della lotta all’evasione fiscale si iniziano a vedere, vengano reinvestite le maggiori entrate derivate dalla lotta all’evasione e all’elusione fiscale, proprio a quelle categorie che sono state maggiormente colpite dalle precedenti manovre economiche, riaprendo la trattativa del contratto di lavoro dei pubblici dipendenti». La Confsal-Unsa propone anche una defiscalizzazione nel pubblico impiego, così da rendere più «pesanti» le buste paga dei pubblici dipendenti, senza apportare nuovi costi allo stato, ma, a causa della doppia figura di datore di lavoro ed esattore, che lo stato ricopre contemporaneamente nei confronti del pubblico impiegato, si riscontrerebbe una riduzione delle entrate che dovrebbe essere compensata dalla lotta all’evasione e all’elusione fiscale. In effetti il blocco dei contratti pubblici mette i lavoratori in una condizione di svantaggio rispetto al mercato, a causa del reale potere di acquisto e anche in virtù degli aumenti, seppur minimi, che potrebbero riscontrarsi negli altri settori lavorativi. Dai dati Istat risulta che alla fine di marzo i contratti collettivi nazionali di lavoro in vigore per la parte economica corrispondevano al 62,2% degli occupati dipendenti e al 57,5% del monte retributivo osservato. Il settore nel quale sono stati effettuati gli incrementi contrattuali maggiori rispetto all’anno precedente è l’edilizia (4,6%), mentre gli aumenti più contenuti riguardano i comparti scuola e ministeri (0,6%). «Si parla da sempre della tassazione alla fonte come l’unica certezza di entrate per le casse dello stato, e appare iniquo che proprio il lavoratore pubblico, che da sempre ha contribuito a sanare il bilancio dello stato, continui a essere il più penalizzato in termini di tassazione, ma anche di non aumenti. Riteniamo sia giusto proseguire con la lotta all’elusione e all’evasione fiscale con sistemi di regolarizzazione e stabilizzazione delle nuove entrate, con il conseguente reinvestimento delle nuove entrate sia per lo sblocco dei contratti pubblici, sia per procedere con una politica di defiscalizzazione dei contratti di lavoro dipendente sia privati (così da dare una nuova spinta alle assunzioni), che pubblici».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lascia un commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *