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Nuovo Codice appalti: cosa cambia per i Comuni? L’’ANCI dà qualche risposta

“Il nuovo Codice degli appalti rappresenta certamente una rivoluzione che salutiamo con favore perché dà oggettivamente alcune risposte alle esigenze dei territori che necessitano di fare investimenti concreti per rinascere e migliore la qualità di vita dei cittadini. Detto questo, ci sono tuttavia, a nostro giudizio, alcuni passaggi che ci lasciano perplessi e sui quali bisogna lavorare per superare l’imbarazzo rispetto alla snellezza di una procedura che oggi è migliorata ma che ci auguriamo di rendere effettivamente operativa”. Ad affermarlo è il vicepresidente ANCI e sindaco di Chieti Umberto Di Primio intervenendo al seminario ANCI Il nuovo Codice degli appalti: cosa cambia per i Comuni svoltosi la settimana scorsa presso la sede dell’Associazione.
Di Primio ha sottolineato come l’urgenza dei territori di fare investimenti vada di pari passo con l’adozione di norme che devono snellire le procedure di attuazione degli stessi. In tal senso, se da una parte la “norma semplifica, dall’altra la presenza di ben quaranta atti attuativi, che dovrebbero essere messi a disposizione di chi dovrà agire, confligge con questo principio”, rimarca il vicepresidente ANCI che pensa ad un “percorso di transizione dove sia prevista una concreta attuazione di un sistema di soft law che ci porti ai livelli europei”.
Aperta anche la questione delle Centrali di Committenza la quale “deve essere letta sotto il profilo della effettiva capacità di attuazione della norma da parte degli Enti locali, piuttosto che della semplice qualificazione giuridica dell’ente capoluogo o non capoluogo”.

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“Un’ulteriore riflessione – ha proseguito di Primio –  riguarda le dotazioni organiche dei Comuni, la maggior parte dei quali, per ovvie ragioni, non possono vantare gli specialisti necessari. In tal senso va puntualizzata la norma, là dove rispetto alla fattispecie giuridica non sembra calata nella operatività degli enti locali”.
La strada da percorrere, quindi, “non può prescindere – ha aggiunto Di Primio – da quello che lo stesso Consiglio di Stato ha evidenziato ultimamente in termini di preoccupazione, vale a dire che alcune norme rischiano di mandare in sofferenza i Comuni per alcuni aspetti che vanno dalle Centrali obbligatorie di committenza, alla qualificazione delle stazioni obbligatorie, dall’istituzione dell’albo dei commissari in gara, all’impatto pubblico sulle grandi opere. Tutto questo – ha concluso il sindaco di Chieti – anziché potare alla semplificazione ho l’impressione porti ad un aggravio del processo amministrativo e potrebbe determinare comportare un blocco ulteriore”.

Tra le voci di rilievo presenti al seminario va segnalata quella del professor Francesco Merloni, consigliere ANAC: “Il cambiamento nel settore appalti – spiega il professore – si inquadra nella nuova politica che ci arriva dalla Direttiva europea sul tema che ci chiede un passo cambio di passo e devo dire che da parte del sistema amministrativo italiano si registra una risposta positiva nonostante l’effetto dei patti di stabilità, per citare solo un esempio, è stato drammatico per tutti i Comuni a prescindere dalle dimensione”.
Per Merloni, la questione principale sulla quale ANCI e Comuni devono concentrarsi è la qualificazione delle stazioni appaltanti. Una riforma che definisce “grande perché che potrebbe consentirci di fare ciò che non si è realizzato in termini di riforma del sistema amministrativo” giacché presuppone “l’idea della qualificazione delle stazioni appaltanti” sottintendendo che “le amministrazioni si dotino di capacità di gestione ampie che spesso la Pubblica amministrazione ha perso”. Ad oggi, “l’idea che sembra ormai consolidata è quella di una qualificazione per livelli che consente appunto alle stazioni appaltanti di aspirare a conseguire superiori ambienti di specializzazione”. 
Il Consigliere ANAC ha inoltre effettuato un passaggio sulle Centrali di Committenza, puntando l’attenzione sulla necessità di “pensare ad un sistema in cui le forme di associazione consentano di metter insieme in maniera a-tecnica realtà che vanno da piccoli comuni già unificati a Comuni capoluogo o Comuni non capoluogo o ancora Comuni capoluogo e Provincie o Comuni capoluogo e Città metropolitane. Poiché la vera sfida – precisa – è ragionare sempre in termini di sistema, cosicché il mondo delle autonomie locali rivendichi a se il diritto di fare bene il lavoro di governo del territorio. Capacità di governo – sottolinea – che dobbiamo conseguire attraverso le più diverse forme aggregative per arrivare a realtà amministrative realmente capaci”.

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