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Il caos voluto negli uffici di Palermo

Fonte: Il Sole 24 Ore

Giuseppe Oddo

PALERMO. Dal nostro inviato
«Le richieste di autorizzazione delle imprese non venivano mai protocollate: erano accatastate negli stanzoni e persino nei bagni». Una fonte ci parla in modo anonimo delle pratiche illecite e corruttive che sono state in uso al dipartimento Energia della Regione Siciliana negli anni d’oro degli ecoincentivi, quelli compresi tra 2005 e inizio 2011, e dei personaggi in odore di mafia ai quali è stato consentito di entrare e uscire da questi uffici. «C’era un caos organizzativo voluto: 15-16mila istanze che aspettavano di essere esaminate, alcune addirittura dal 2006, e corsie preferenziali per amici e raccomandati».
Da questo dipartimento dipende la costruzione di centrali elettriche da fonti alternative e rinnovabili. Un si, un no o una lungaggine procedurale possono spostare profitti da un imprenditore onesto, da un gruppo industriale serio, a un prestanome della criminalità organizzata. E sono tanti soldi, dice la nostra fonte: «Un impianto eolico di taglia medio-piccola può fruttare fino a 1,5 milioni di utile al mese».
All’inizio del 2011, alla direzione generale dell’Energia arriva Gianluca Galati, dirigente di provenienza esterna, il quale comincia a mettere ordine in questo inferno organizzativo: costituisce un archivio, velocizza il rilascio delle autorizzazioni rendendole tracciabili su internet, ripristina la prassi di sollecitare alle Prefetture le informative antimafia sulle imprese richiedenti, rimuove il dirigente che ha gestito il servizio per anni, Francesca Marcenò, e sposta un funzionario al quale è stata delegata la gestione di tre province (Palermo, Trapani e Agrigento), che ha di fatto più potere del direttore generale. Intanto il grosso della torta è stato assegnato; da spartire restano gli avanzi.
Dopo l’arrivo di Galati (la cui recente rimozione dall’incarico ha destato sorpresa) comincia a cambiare tutto. Nel febbraio dello stesso anno scatta l’arresto di Gaspare Vitrano, un ex dirigente eletto deputato regionale nel Pd, colto sul fatto mentre intasca da un imprenditore del fotovoltaico una tangente da 10mila euro, ed è indagato per concussione Mario Bonomo, passato dal banco dei democratici a quello dell’Api. L’accusa nei loro confronti è di avere “snellito” in cambio di soldi gli iter autorizzativi. Entrambi erano di casa negli uffici dell’amministrazione, tra cui – combinazione – il dipartimento Energia.
Un altro che entrava e usciva quando voleva dal dipartimento era Vito Nicastri, il “re del vento”. L’imprenditore di Alcamo, ora agli arresti, ha subito un sequestro di beni per 1,5 miliardi di euro ed è considerato vicino al boss latitante di Castelvetrano Matteo Messina Denaro. E quando s’è saputo dell’indagine per riciclaggio a carico di Antonino Scimemi, altro operatore dell’eolico, nativo di Salemi, qualcuno s’è ricordato di avere visto circolare anche lui negli uffici dell’Energia. E non è che Scimemi abbia una grande reputazione: gli si addebita di avere aiutato l’ex deputato regionale della Dc Pino Giammarinaro durante la sua latitanza all’estero, mentre era inseguito da mandato di cattura per concorso esterno. Giammarinaro, ex capo della corrente andreottiana di Trapani, vicino agli esattori Salvo, è stato poi prosciolto, ma il Tribunale gli ha inflitto due anni fa un sequestro di beni per 31 milioni e la sorveglianza speciale per cinque anni.
La Regione Siciliana è la madre di tutti gli affari. Ed è nei meandri del suo apparato burocratico-amministrativo che la mafia trova alimento: non solo denaro, ma anche clientele, corruttele, parassitismo, lassismo, inefficienza, intrallazzi, ciò di cui essa si nutre abitualmente. Non per niente chi ha cercato di abbattere questo sistema (il presidente Piersanti Mattarella) o di opporvisi dall’interno (i dirigenti Giovanni Bonsignore e Filippo Basile) ha pagato con la vita.
Rosario Crocetta, governatore da neanche tre mesi, ha già parlato chiaro: «Ho scoperto in questi pochi giorni di governo della Regione che c’è un sistema che vive nella frode, nella truffa e nell’appropriazione di denaro pubblico, con un intreccio politico e affaristico che si chiama mafia». Ma come passare dalle parole ai fatti? La macchina burocratica, che la Giunta Lombardo aveva infarcito di yes man, non va soltanto snellita, ma anche sbloccata, riqualificata. Altrimenti i progetti di cambiamento restano lettera morta. Sarà possibile, per esempio, per Crocetta affondare il bisturi nella formazione, una delle mangiatoie regionali, quando l’ex direttrice di quell’area, Patrizia Monterosso, che ne fu responsabile durante la presidenza Cuffaro, oggi occupa la più alta carica burocratica, quella di segretario generale della Regione?
Ci rechiamo negli uffici dell’edilizia residenziale pubblica, un’altra area a forte rischio di corruzione e di infiltrazione mafiosa. Un’altra fonte ci illustra, nello stesso modo anonimo, lo stato di degrado del settore. Spiega: «In Regione non si fa niente per niente. Quando sono arrivato ho stabilito che le richieste di pagamento degli imprenditori fossero evase entro tre giorni, mentre prima c’era una trafila per cui i pagamenti avvenivano anche dopo un mese. Ciò favoriva la corruzione, perché per ottenere il pagamento in tempi celeri c’è chi è disposto a lasciare una lauta mancia al funzionario di turno».
I controlli non esistono. Il tasso di evasione del canone degli alloggi popolari ceduti in affitto dalla Regione è nell’ordine del 50 per cento. A Palermo e Catania un quarto del patrimonio edilizio pubblico è occupato in modo abusivo. A Palermo certi alloggi sono stati assegnati senza che l’occupante abbia firmato il contratto. Risultato: l’occupante non paga. Chiosa la fonte: «Così qualcuno può andare a chiedergli il voto. Il funzionario alimenta il degrado per ottenere un vantaggio economico per sé ed elettorale per il politico che lo ha piazzato lì». Gli Iacp hanno venduto a prezzi del tutto trascurabili, tra i 5mila e i 15mila euro, appartamenti da oltre 300mila euro, tenendosi quelli fatiscenti. Gli acquirenti li hanno contestualmente rivenduti, ricavandone una plusvalenza, e poi hanno presentato domanda per un nuovo alloggio popolare. Un raggiro sotto gli occhi dell’amministrazione. E intanto i bilanci degli Iacp vanno a rotoli.
Per recuperare una situazione ormai fuori controllo, uno dei più autorevoli consiglieri politici di Crocetta ha chiesto a Vincenzo Pupillo, dirigente del dipartimento Infrastrutture, di individuare una soluzione. La ricetta messa a punto da Pupillo, che è anche ufficiale rogante per la stipula di contratti e l’aggiudicazione di gare del suo dipartimento, ruota intorno al commissariamento straordinario degli Iacp, il cui patrimonio dovrebbe confluire in un unico ente economico istituito con apposita legge regionale. La proposta sembra razionale. Ora ogni decisione dipende da Crocetta.
C’è poi lo scandalo delle gare. La maggior parte degli appalti della Regione è concessa per trattativa privata, ovvero dietro il pagamento di mazzette. Per limitare i fenomeni di corruzione erano stati costituiti gli Urega (Ufficio regionale espletamento gare d’appalto), uno per provincia più una struttura centrale, per un totale di 600 dipendenti. Peccato che gli Urega si occupino solo delle gare da 1,25 milioni in su e che quelle di importo inferiore continuino a transitare per circa cinquecento stazioni appaltanti, quasi sempre a trattativa privata e a rischio di tangente. Capita così che ditte prive di requisiti, di attrezzature e personale siano chiamate ad eseguire lavori singoli per svariate centinaia di migliaia di euro. Succede che le opere di prolungamento del porto di Riposto (Catania), revocate per inadempienza delle imprese aggiudicatarie, siano state riaffidate per trattativa privata a un consorzio che ha assorbito le stesse società cui era stato rescisso il contratto.
Il tempo delle scelte stringe per Crocetta. I critici del presidente – quanti ritengono che a manovrarlo siano i vecchi fiancheggiatori di Lombardo e dimenticano il suo passato di sindaco antimafia di Gela – aspettano al varco la sua Giunta. Non è più il momento degli annunci ad effetto, è il momento di agire. L’opinione pubblica aspetta di poter giudicare i fatti.
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