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Fisco e Sud per il rilancio

Fonte: Il Sole 24 Ore

ROMA – Non lasciare soltanto la manovra pluriennale da 40 miliardi nell’agenda del governo per le prossime settimane ma puntare anche su fisco, sfoltimento della giungla burocratica e piano per il Sud. Se già da alcune settimane Silvio Berlusconi si era convinto della necessità di orientare subito la barra sulla rotta dello sviluppo, ora è anche la Lega a sostenere con forza che l’accoppiata riforme-crescita non può più essere trascurata. Il segnale arrivato dal secondo turno delle amministrative, del resto, è ancora più chiaro di quello sgorgato dalla prima tornata: sulle partite economiche gli italiani chiedono più energia e coraggio pena la bocciatura dell’attuale maggioranza. E il Carroccio, che è notoriamente molto sensibile alla pancia dell’elettorato, ha capito che serve un cambio di marcia. Non a caso il ministro Roberto Maroni nel primo pomeriggio di ieri, ad urne da poco chiuse, si è affrettato ad affermare che ora è necessario un colpo di frusta partendo dalla riforma fiscale e dal completamento del federalismo. Aumenta quindi il pressing su Berlusconi che già mercoledì scorso durante una riunione dell’ufficio di presidenza del Pdl aveva ribadito l’urgenza di accelerare su fisco e piano per il Sud. Una nuova strategia, insomma, imperniata sul connubio rigore-crescita allargando, ma non abbandonando, lo stretto binario dell’esclusivo controllo dei conti pubblici. Questa operazione però si presenta tutt’altro che in discesa e non priva di ostacoli. Primo fra tutti quello rappresentato dalla manovra economica pluriennale da 40 miliardi che dovrà essere varata dal Governo entro la prima metà di giugno. Di fonte all’ultimo “avvertimento” di Standard & Poor’s il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, ha subito ripetuto che l’Italia avrebbe rispettato gli impegni presi con Bruxelles. Affermazioni alle quali nei giorni successivi è seguita una sorta di formalizzazione del nuovo piano di finanza pubblica: una manutenzione per 4-5 miliardi per il biennio 2011-2012 accompagnata da una correzione da circa 35 miliardi per il 2013 e il 2014. E per Tremonti questo resta un intervento imprescindibile anche per continuare a tenere il nostro Paese al riparo dalle turbolenze dei mercati. In altre parole, il ministro non resta indisponibile a mettere a repentaglio i fondamentali di finanza pubblica. Pertanto, per spianare la strada a una riforma fiscale non a costo zero e a eventuali pacchetti di misure per Sud e infrastrutture occorrerebbe alzare ulteriormente l’asticella della manovra agendo su ulteriori tagli di spesa che i singoli ministri hanno già fatto sapere di non essere disposti a digerire. La quadratura del cerchio appare quindi tutt’altro che semplice. In ogni caso per Palazzo Chigi e per la Lega la priorità resta l’accelerazione della riforma fiscale. Che appare non impossibile visto che i quattro tavoli di lavoro istituiti da Tremonti hanno quasi concluso i lavori e stanno apportando le ultime correzioni ai rispettivi dossier. Berlusconi ha anche individuato nel 2013 la scadenza entro la quale il nuovo fisco dovrà essere pienamente operativo e ha anche indicato i pilastri su cui dovrà poggiare la riforma: riduzione delle imposte sui redditi, ricalibratura verso l’alto dell’Iva, introduzione del quoziente familiare e semplificazione del sistema tributario. Ma su misure e strategia resta decisivo il parere di Tremonti. Se sul fisco, così come sulla necessità di accorciare le procedure burocratiche per le opere pubbliche e per l’attività d’impresa, Pdl e Carroccio sono sulla stessa lunghezza d’onda, sugli altri interventi per lo sviluppo un’intesa resta ancora da trovare. Il Carroccio chiede che anzitutto venga rapidamente completato il processo di attuazione del federalismo: sei decreti sono già stati approvati mentre altri due (armonizzazione bilanci pubblici e premi e sanzioni) sono in dirittura di arrivo. Per il Pdl è anche necessario un rafforzamento del piano per il Mezzogiorno, che per il momento poggia sulla banca del Sud e sulle agevolazioni per la ricerca e le assunzioni previste dal recente decreto sviluppo. Ma su questo punto la Lega nicchia, così come sulle liberalizzazioni che continuano a restare al palo.

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