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Doppio binario per il Patto

Fonte: Il Sole 24 Ore

La riforma del Patto di stabilità sfociata nell’intesa di giovedì scorso in Conferenza Stato-Città, e destinata a confluire in un emendamento (probabilmente al decreto sull’Imu agricola), poggia su un’architettura complessa, che mette insieme diverse esigenze. È bene chiarire subito che gli obiettivi «lordi» di tutti i Comuni, quelli cioè dai quali ogni ente dovrà sottrarre le somme che confluiscono nel Fondo crediti di dubbia esigibilità, sono già stati definiti, e sono consultabili sul Quotidiano degli enti locali e della Pa (www.quotidianoentilocali.ilsole24ore.com). È però importante capire come quei numeri sono stati raggiunti, e quali sono le ragioni che stanno alla base delle nuove regole.

Schematizzando, la riforma è il frutto di due esigenze. La prima, spinta soprattutto da Palazzo Chigi, punta a incentivare i comportamenti “virtuosi” degli enti, misurati come capacità di ridurre davvero la spesa corrente e di riscuotere le entrate di propria competenza (abbandonando quindi i criteri più o meno cervellotici tentati negli ultimi anni); la seconda, avvertita soprattutto dagli amministratori locali, mira ad attenuare gli effetti distorsivi dei parametri lineari e le incognite legate alla nuova contabilità.
Per mettere insieme tutto questo, le nuova metodologia si articola in quattro mosse.

Base di calcolo
Cambia, prima di tutto, la spesa corrente media a cui vanno applicati i moltiplicatori. Il periodo di riferimento diventa il 2009-2012, con esclusione dell’anno in cui si è registrato il picco di spesa e con correttivi a favore dei Comuni colpiti dai terremoti dell’Abruzzo (in questo caso la base di calcolo è rappresentata dal solo anno con la spesa minore) e dell’Emilia Romagna (si resta ancorati al triennio 2009-2011). Da questa base vengono escluse le uscite per il trasporto pubblico e i rifiuti, che sono state soggette a forti variazioni contabili e sono finanziate da entrate ad hoc, con una mossa che per alcuni Comuni (per esempio Milano) può avere effetti importanti.

Sterilizzazione dei tagli
La spesa corrente serve a distribuire il 60% dello sforzo chiesto ai Comuni, cioè 2.191,8 milioni di euro. La base di calcolo così corretta è molto più leggera di quella originale, per cui tramonta il moltiplicatore (8,6%) previsto dalla manovra 2015 e viene sostituito da una nuova percentuale: 22,56 per cento. A questo valore, vanno sottratti tutti i tagli intervenuti nel 2011-2014, estendendo al «Salva-Italia», alla spending review di Monti (Dl 95/2012) e a quella di Renzi (Dl 66/2014) il meccanismo già previsto per la manovra 2010 (Dl 78/2010).

La riduzione della spesa
A questo punto intervengono gli incentivi meritocratici. Il primo è riservato a chi ha fatto quadrare i conti delle spending review 2009-2013 tagliando la spesa corrente e non solo premendo sulla leva del fisco. Per individuare i «virtuosi» bisogna confrontare la spesa del 2013 con quella media 2009-2010: fra chi mostrerà una riduzione di uscite saranno distribuiti 350 milioni, che saranno invece messi a carico degli enti che hanno visto crescere la spesa. Per evitare picchi, i risultati massimi considerati sono -20% e +20%, e una clausola impedisce che il Patto si alleggerisca di oltre il 38% rispetto all’obiettivo 2014 riproporzionato, o al contrario cresca di oltre il 20% (con tutele aggiuntive per enti sperimentatori e Comuni terremotati).

Capacità di riscossione
L’altro 40% della manovra (1.461,2 milioni) viene distribuito in base alla capacità di riscossione (in competenza e residui rispetto agli accertamenti) di una serie di entrate proprie nel 2008-2012, chiedendo di più a chi riscuote meno. Questi enti, però, dovrebbero avere un più alto Fondo crediti di dubbia esigibilità, che va scontato dall’obiettivo lordo per individuare la richiesta effettiva del Patto 2015.

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