Questo articolo è stato letto 0 volte

Costi aziendali triplicati

Fonte: Il Sole 24 Ore

Il lavorìo parlamentare non è riuscito a dire una parola chiara sugli immobili degli anziani ricoverati in lungodegenza, e ha mancato del tutto l’obiettivo di alleggerire il carico sugli affitti a canone concordato: in un quadro di coperture così problematiche, e non del tutto irrisolte (si veda anche il servizio a pagina 7), ipotizzare correzioni sulla super-Imu che attende imprese e commercianti sarebbe stato azzardato.
A parte qualche modifica ottenuta dagli agricoltori (descritta nell’articolo qui a fianco), l’imposta municipale per le attività produttive resta quella disegnata dal decreto «Salva-Italia», decisamente più pesante rispetto all’Ici versata fino allo scorso anno.
Qualche piccolo sfoggio di generosità è lasciato ai sindaci, che possono abbassare fino al 4 per mille (anziché al 4,6 per mille come accade per il resto del mattone diverso dall’abitazione principale) l’imposta sugli immobili che non producono reddito fondiario, prima di tutto perché posseduti da soggetti che pagano l’Ires e non l’Irpef.
Un’ipotesi, questa, che nella stragrande maggioranza dei casi appare comunque destinata a rimanere sulla carta, perché se i nodi del bilancio statale sono complicati quelli dei conti locali non sono da meno.
L’incertezza sul gettito, e l’obbligo di dividerlo a metà con lo Stato, stanno anzi spingendo la maggioranza dei sindaci a concentrare gli aumenti sull’aliquota che nell’Ici era chiamata «ordinaria», cioè proprio quella che colpisce negozi, capannoni e laboratori oltre alle seconde case.
Due numeri spiegano bene le prese di posizione più che allarmate assunte in questi giorni da molte associazioni, come Confartigianato, Cna e Casartigiani che lamentano «un aumento di pressione fiscale insostenibile» dall’Imu che agli immobili produttivi chiederà tre miliardi in più della vecchia Ici, senza contare gli aumenti decisi a livello comunale che potrebbero chiedere altri tre miliardi in più, arrivando in pratica quasi a triplicare il peso dell’imposta sul mattone. Una prospettiva che moltiplica sul territorio le lettere aperte delle associazioni imprenditoriali e artigiane per chiedere ai sindaci di applicare le aliquote minime previste dalla legge.
Almeno nelle città capoluogo, però, la direzione assunta dalle Giunte sembra quella contraria, dettata dai vincoli di finanza pubblica e dai tagli stratificatisi fra manovre estive e decreto Monti. Il livellamento verso l’alto della pressione fiscale locale, inoltre, farà sì che la cura si rivelerà più aspra proprio nei Comuni che fino a ieri erano stati leggeri nell’imposizione sul mattone.
È il caso, prima di tutto, di Milano, che fino al 2011 ha mantenuto l’Ici ordinaria al 5 per mille. Con il passaggio al 9,6 per mille ipotizzato in queste settimane, che si aggiunge ai nuovi moltiplicatori che aumentano del 60% la base imponibile di negozi e uffici, del 40% quella dei laboratori e del 20% quella dei capannoni, gli effetti sono drastici: un piccolo negozio di periferia passerebbe da 363 a 1.128 euro, e aumenti oltre il 200% interesserebbe magazzini e uffici. A Roma, dove anche l’Ici aveva abbondantemente raggiunto i tetti massimi consentiti dalla vecchia legge, gli incrementi previsti si “limitano” a un +145% per i negozi e a un +82% per i capannoni.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *