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Carta d’identità elettronica: la rivoluzione non decolla, ce l’hanno solo in 300mila

Fonte: La Repubblica

La prima si sfaldava, letteralmente. Due strati di plastica e in mezzo una banda ottica. Dopo un po’ che la tenevi in tasca, si apriva. L’ultima ha il chip, non è clonabile, contiene l’impronta digitale, può portarsi dietro anche la cartella sanitaria, risponde a standard internazionali di identificazione. E potenzialmente può fare di tutto: aprire i varchi in stazioni, aeroporti e stadi, rendere dura la vita ai furbetti del cartellino, semplificare l’acquisto a rate, velocizzare i trasporti su bus e metro. Vent’anni dopo il primo progetto e dodici normative diverse, anche l’Italia ha la sua carta d’identità elettronica. O meglio ce l’hanno 300 mila cittadini di 199 Comuni. Con la promessa di coprire tutto il territorio nazionale nel 2018. E arrivare così nel giro di 8-9 anni a sostituire tutto il cartaceo, a ritmi di 7-8 milioni di tessere all’anno. Ce la faremo? La sperimentazione attuale parla di lentezze e disagi. I cittadini non conoscono la nuova card. Le amministrazioni non riescono a ncora ad attrezzarsi. Piccoli centri (Ancona, Perugia, Ragusa) talvolta meglio dei grandi (Genova e Bari).

Il primo progetto risale al 1997. L’Italia come avanguardia. Poi però tutto è naufragato. “Non solo i materiali non erano adatti, ma la realizzazione della carta ruotava attorno alla tecnologia proprietaria di un’azienda privata, la Laser memory card, nonostante fosse un progetto dello Stato, con tutte le pesanti limitazioni di sicurezza e gestione”, racconta Paolo Aielli, dal 2014 amministratore delegato dell’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato. Poi arriva la sperimentazione delegata ai Comuni. E qui iniziano i problemi. Tempi improbabili di prenotazione. Sportelli dedicati assai limitati. Stampanti funzionanti a giorni alterni. Prodotto scadente e inservibile….

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