Avanzo primario intorno al 4% del PIL per ridurre il vincolo del debito sul bilancio centrale e locale

A cura dell’Avv. Nadia Corà

Al Convegno di Varenna, nella giornata di apertura del 21 settembre, il Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, ha presentato un’importante relazione sul tema dell’incidenza del vincolo del debito pubblico sullo sviluppo dell’economia e sulla stabilità della finanza pubblica. Si tratta, in particolare, del tema della sostenibilità del debito e della consistenza del prodotto interno lordo  e dei conseguenti vincoli che la politica di bilancio, sia a livello centrale che a livello locale,  continua a subire, nell’attuale contesto, a causa dell’entità del debito in rapporto al prodotto interno lordo (PIL). L’attualità del problema si coglie riflettendo sulla circostanza che il rapporto tra debito pubblico e PIL si mantiene su livelli particolarmente elevati da oltre trent’anni, ed è improcrastinabile ridurlo.  Sul punto “il dibattito, in Italia, si concentra spesso sui vincoli posti alla politica di bilancio dalle regole europee ma, in realtà, i vincoli più stringenti provengono dall’alto livello del debito pubblico in rapporto a un prodotto che stenta a crescere a un ritmo soddisfacente». Sotto altro profilo «non è neanche vero che il Patto di stabilità e crescita penalizzi gli investimenti pubblici. A farlo sono semmai le scelte politiche sulle voci di spesa da “tagliare” per mantenere il disavanzo sotto controllo: il contenimento della spesa per investimenti trova tipicamente minori resistenze nel dibattito politico di quello delle spese per il personale e dei trasferimenti. Nel nostro paese, poi, dal 1998 il disavanzo è stato quasi sempre prossimo o superiore al 3 per cento del prodotto, un valore superiore a quello della spesa per investimenti: di fatto, è come se avessimo mantenuto il bilancio (di parte corrente) in pareggio o in leggero disavanzo e avessimo realizzato investimenti in deficit, applicando la golden rule. Pertanto, se c’è una carenza di infrastrutture in Italia, le ragioni vanno ricercate soprattutto nella qualità della spesa, non nelle regole di bilancio».
Se, allora, non sono tanto le regole europee a produrre i vincoli ma, piuttosto, l’elevato debito in rapporto al PIL, si tratta di individuare con quali strumenti ridurre il debito, e con quali strumenti aumentare, nel contempo, la crescita del PIL. Sappiamo che all’elevato debito pubblico e al basso potenziale di crescita hanno contribuito, fino ad ora, i ritardi con cui sono stati affrontati, nel nostro paese, la globalizzazione, il progresso tecnologico e l’introduzione della moneta unica. Tutto questo ha reso l’economia vulnerabile alle tensioni finanziarie. L’esigenza di superare la crisi ha sollecitato un impegno eccezionale: sono state effettuate ampie correzioni dei conti pubblici e si è avviato un intenso programma di riforme strutturali per recuperare la fiducia dei mercati e rilanciare il potenziale di crescita dell’economia. Vanno ricordati, al riguardo gli interventi che spaziano dai servizi pubblici alla giustizia civile, dalla concorrenza nei servizi privati all’azione di contrasto alla corruzione e all’evasione fiscale, dal sostegno all’innovazione tecnologica a quello in favore dell’investimento in conoscenza e nuove competenze. Se è vero che dalla crisi siamo usciti, tuttavia, il ritorno a una crescita stabile e sostenuta, in grado di accelerare la riduzione del debito, richiede la prosecuzione delle riforme al fine di  risolvere i problemi strutturali dell’economia. Si tratta di un impegno a cui il nostro paese non può sottrarsi. Secondo il Governatore – come si desume anche dalle “Considerazioni finali” dallo stesso formulate nello scorso maggio – una semplice simulazione è in grado di  quantificare l’entità dell’impegno necessario a ricondurre il rapporto tra debito e prodotto al disotto del 100 per cento in un arco di tempo ragionevole (dieci anni): “con un tasso di crescita annuo intorno all’1 per cento (allora in linea con le previsioni di consenso per il triennio in corso, che potrebbero oggi apparire prudenti alla luce del recente rafforzamento della ripresa), l’inflazione al 2 (coerente con l’obiettivo della BCE) e con l’onere medio del debito in graduale risalita verso i valori osservati prima della crisi, sarebbe necessario mantenere l’avanzo primario intorno al 4 per cento del PIL. Dato il livello della spesa per interessi, questo equivale sostanzialmente a conseguire il pareggio del saldo strutturale”  E’ senz’altro vero che un avanzo primario pari al 4 per cento del PIL non è un impegno di  poco conto. Tuttavia,  è coerente con i piani definiti per il prossimo triennio dall’ultimo DEF, e richiede in quell’arco di tempo la definizione di misure correttive complessivamente dell’ordine di 1,5 punti percentuali del PIL (evitando l’aumento delle aliquote dell’IVA previsto dal prossimo anno). Mantenere un avanzo primario del 4 per cento (o comunque più elevato dell’1,5 attuale), secondo il Governatore,  non vuol dire “fare una manovra di ampia entità ogni anno…. Non sono neanche necessari drastici tagli di spesa“. Ciò che serve è, invece, proseguire con continuità e coerenza il percorso di riforma avviato nell’ultimo quinquennio.

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