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Fassino al Sole 24 Ore: dalla manovra un cambio di passo

“Per la prima volta da nove anni alla presentazione della manovra i giornali non titolano su nuovi tagli agli enti locali. Significa che la legge di stabilità ha cambiato l’approccio, si muove in una logica espansiva per agganciare la ripresa e noi condividiamo questa impostazione”. La manovra piace al presidente dell’Anci Piero Fassino, che alla vigilia dell’assemblea nazionale dei sindaci “incassa” l’addio al Patto e le compensazioni all’operazione Imu-Tasi. Ma la partita è appena cominciata, e ora i sindaci guardano ai passaggi parlamentari per affrontare i “problemi ancora aperti”: Province e piccoli Comuni in primis.

Lo sblocco degli avanzi e il pensionamento del Patto di stabilità tolgono ostacoli agli investimenti, ma non tolgono anche alibi a quei comuni che sul Patto avevano scaricato anche inefficienze loro? 
Ma noi sindaci questi alibi non li abbiamo mai voluti,e non ci siamo sottratti alle nostre responsabilità come dimostrano i tanti tagli che abbiamo subito e gli obiettivi che abbiamo rispettato in questi anni. Ora la manovra, oltre a rifinanziare e ripensare i fondi su contrasto alla povertà e non autosufficienza, garantisce ai Comuni le risorse per i servizi, con il rimborso del 100% del mancato gettito Imu/Tasi, e ci mette nelle condizioni di tornare a investire, ciò a dedicarci al fronte che è stato più colpito dalle politiche di spending: parlo di strade, edilizia scolastica, dissesto idrogeologico, temi che sono nella vita della gente e che ora possono essere affrontati.

Per investire, però, oltre alle regole servono i soldi: non c’è il rischio che la novità non tocchi quelle aree, in particolare al Sud, dove avanzi da sbloccare non ce ne sono? 
Sappiamo perfettamente che esistono differenze, ed è probabile che lo sblocco mobiliti più risorse al Nord. Anche nel Mezzogiorno, però, ci sono molti enti che hanno fatto politiche virtuose e hanno avanzi da spendere, che saranno ancora più preziosi dove le condizioni generali del territorio sono più difficili.

Tutto il nuovo sistema poggia sul rinvio di un anno del pareggio di bilancio “iper-rigorista” disegnato nel 2012. Ma un anno basta a rilanciare gli investimenti? 
Il rinvio è la premessa di un riordino, e la regola del pareggio fondato sul saldo finale di competenza, assunta da questa manovra, è un buon punto di riferimento anche per il futuro. È essenziale arrivare a regole chiare e stabili nel tempo, perché gli investimenti viaggiano con una programmazione pluriennale.

In cambio di tutto questo arriva il blocco delle aliquote per “blindare” i tagli su Imu e Tasi. Come lo giudica? 
È inevitabile che nel momento in cui si fa uno sforzo per ridurre la pressione fiscale si crei un contesto coerente con questo sforzo, che peraltro sgombra il campo dai rischi di replicare polemiche vissute in passato trai governi che tagliano e i sindaci costretti ad aumentare aliquote nel tentativo di far quadrare i conti. È ovvio, però, che si tratta di una situazione transitoria, perché noi non vogliamo vivere di finanza derivata e perché è già stata annunciata la riforma per il prossimo anno.

Riforma che dovrebbe anche cancellare il doppione di Imu e Tasi sullo stesso immobile… 
Non c’è dubbio.

Torniamo alla manovra. Non c’è molto sui piccoli comuni, che lamentano le difficoltà legate agli obblighi di gestione associata e di acquisti centralizzati. 
Sui piccoli Comuni presenteremo all’assemblea di Torino un pacchetto organico di proposte, che manderemo al Parlamento e che possono essere introdotte in legge di stabilità, basate su principi chiari: bisogna rendere più semplici e convenienti le aggregazioni, che devono essere basate su ambiti geografici coerenti e non su limiti demografici privi di senso.

E sugli acquisti? 
Siamo favorevoli alla riduzione del numero di centrali, ma serve flessibilità rispetto alle piccole somme, perché chiamare la Consip per una mini-fornitura assurdo, e all’oggetto degli appalti, perché non tutti i settori hanno le stesse caratteristiche. Occorre spingere sullo sviluppo delle centrali di acquisto territoriali, regionali oppure metropolitane come quella che stiamo costruendo a Torino, anche perché così si aiutano i sistemi di imprese locali.

Sulle Province, invece, la cura continua a essere drastica: è sostenibile? 
No, perché con i nuovi tagli (che invece sono stati azzerati per le Città metropolitane) mancano almeno 500 milioni necessari a svolgere anche solo le funzioni fondamentali previste dalla riforma Delrio. Non sono io a dirlo, lo dicono i numeri della Sose sui fabbisogni standard. Serve una correzione, e soprattutto è necessario rimediare ai macroscopici ritardi accumulati dalle Regioni nello scrivere le leggi di riordino,e dalle amministrazioni centrali nell’indicare i posti disponibili in organico.

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