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Per il patto calcoli in tre mosse

Il patto di stabilità in versione 2011, disegnato dal maxiemendamento governativo alla manovra, si calcola in tre mosse. La procedura acquista rispetto agli anni scorsi qualche ulteriore elemento di complicazione, perché cerca di far convivere al proprio interno tre finalità diverse: garantire il contributo da 2,9 miliardi chiesto ai comuni dalla manovra correttiva di luglio, introdurre elementi di «meritocrazia», dopo i tentativi sfortunati degli scorsi anni ed evitare strette insostenibili per i singoli enti soggetti al patto. Solo il primo dei tre obiettivi appare blindato. Il criterio meritocratico è alla base dell’«obiettivo strutturale», cioè quello uguale per tutti gli enti locali, a cui la legge di stabilità impone di chiudere il 2011 con «saldo zero» in termini di competenza mista. La misura, chiesta da anni dall’Anci e finalmente approdata nelle regole di finanza pubblica, concentra gli sforzi negli enti con i conti in rosso, e offre in effetti maggiori margini di manovra agli enti che chiudono in avanzo, e che si vedono liberare delle risorse fino a raggiungere il pareggio. Certo, la situazione complessiva dei vincoli di finanza pubblica limita drasticamente anche questi margini di libertà. Sul-l’«obiettivo strutturale» rappresentato dal saldo zero si innesta infatti il secondo obiettivo imposto dal nuovo patto, quello specifico e diverso per ogni singolo ente. Nell’individuazione dell’obiettivo la legge di stabilità cambia drasticamente la base di calcolo; il tentativo è quello di evitare la lotteria tipica dei patti ancorati a un solo anno di riferimento, che l’anno scorso, per esempio, finivano per penalizzare eccessivamente le amministrazioni che nel 2007 avevano registrato entrate straordinarie non ripetibili. Per appianare questi picchi, il nuovo patto si concentra sulla spesa corrente, nella media triennale 2006/2008. Questo valore rappresenta la base di calcolo; applicando la percentuale fissata dalla legge (11,4% per i comuni, 8,3% per le province) si individua il proprio obiettivo specifico di saldo. Da questo obiettivo va detratta la somma di trasferimenti tagliati all’ente in virtù della sforbiciata da 1,5 miliardi introdotta dalla manovra correttiva di luglio. Anche questo nuovo criterio nasce nell’ottica della meritocrazia, per chiedere uno sforzo maggiore ai comuni che registrano la spesa corrente maggiore. L’obiettivo, in questo caso, non può dirsi pienamente centrato, perché una bassa spesa corrente può essere spiegata anche con le esternalizzazioni e un livello più alto può essere motivato da standard elevati di erogazioni dei servizi; distinzioni ancora troppo “sottili” per essere individuate dalle regole del patto. Fissato l’obiettivo «strutturale» e quello specifico, il lavoro dei ragionieri non è finito. Il terzo step serve a evitare che le nuove regole finiscano per rivelarsi troppo penalizzanti rispetto alle vecchie. Ogni ente, allora, dovrà calcolare l’obiettivo anche secondo i parametri in vigore fino a quest’anno (percentuale di miglioramento applicata al saldo di competenza mista 2007, con l’esclusione dei proventi da alienazioni e dividendi straordinari) e fare la sottrazione fra vecchio e nuovo obiettivo. Se la differenza è positiva (quindi il nuovo obiettivo è più alto del vecchio), il 50% di questo valore viene sottratto dal nuovo obiettivo, se è negativa il suo 50% va invece aggiunto. Il meccanismo è decisamente poco intuitivo (per capirne gli effetti si veda l’esempio nel grafico) e, pur essendo nato come clausola di garanzia per gli enti, completa la trasformazione del patto di stabilità in un’astrazione matematica sostanzialmente scollegata dallo stato reale dei conti. Il raffronto con il vecchio obiettivo serve anche a mitigare gli effetti dell’abolizione totale delle vecchie deroghe, che escludevano dal patto i proventi delle alienazioni reinvestite e dei dividendi societari straordinari.

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