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Per Forze armate più snelle si punta ai trasferimenti

Ridurre di 40mila unità il personale della Difesa. Al più presto: una sfida senza precedenti, quella del ministro della Difesa, Giampaolo Di Paola. Oggi le forze armate hanno circa 180mila dipendenti e secondo l’organico dovrebbero essere 190mila.
Il progetto del ministro, approvato con entusiasmo dal presidente del Consiglio Mario Monti, prevede 150mila militari e 20mila civili. Una riduzione così imponente, per andare a segno, comporta molti fattori concorrenti. Soluzioni complicate, alcune dolorose – come ha ammesso Di Paola – e non tutte scontate.
Il ministro ipotizza un taglio del 30% dei reclutamenti. Il problema, però, è che se si interviene solo sui flussi di ingresso, come lui stesso ha ammesso, si arriva alla riduzione ipotizzata nel 2032. Un’eternità. Si esplora, dunque, un terreno minato: la mobilità di chi oggi è in servizio. Norme e diritti rendono questa strada irta di ostacoli. Ma Di Paola ci prova lo stesso. Pensa al trasferimento ad altre amministrazioni dello Stato. Il Tesoro l’aveva già concepita alcuni anni fa, ma la norma è rimasta inattuata. Per forza: mandare militari considerati in esubero nelle forze di Polizia, per esempio, comporta che l’amministrazione di destinazione si faccia carico dei relativi oneri. Con l’aria che tira, è quantomeno improbabile.
La strada invece che la Difesa vorrebbe percorrere in modo massiccio ha una sigla nota solo agli interessati: Arq, aspettativa per riduzione quadri. È già in vigore per colonnelli e generali, ma sono numeri piccoli. La cifra di quelli di corpo d’armata, per esempio, è fissata dalla legge. Le norme, inoltre, dicono quante sono le promozioni ogni anno a quel grado. Nell’andamento dei pensionamenti o delle uscite può così accadere che in un anno vi siano generali di corpo d’armata in più, o in meno, rispetto al tetto previsto. Se, dopo le promozioni, si supera il massimo di legge, i generali più anziani vanno in Arq. Tradotto: stanno a casa con uno stipendio ridotto del 5 per cento. Possono essere richiamati o attendere finchè non vanno in pensione. Da notare che oltre alla riduzione di stipendio il militare a casa costa meno allo Stato anche in termini di ufficio occupato, telefono, mensa e ogni altro onere legato a un militare in servizio.
Se si applicasse in modo obbligatorio questo strumento ai marescialli, ha detto il ministro in un consesso molto qualificato, in dieci anni (nel 2022), anzichè venti, si potrebbe ottenere la riduzione dell’esubero più imponente. I marescialli oggi sono presenti in circa 50mila unità – ha sottolineato il titolare della Difesa – rispetto ai 18-19mila necessari. Va da sè che la riduzione del personale comporterà, di conseguenza, la diminuzione di caserme e comandi: il taglio è stimato nella quota del 30 per cento. L’Esercito, per esempio, dovrebbe perdere due brigate.
La rappresentanza militare, com’è naturale, protesta. Domenico Rossi, presidente del Cocer, ha sostenuto in Parlamento come «non ci sottrarremo alle nostre responsabilità. Ma occorre riflettere prima di procedere sulla strada della revisione numerica, per portare su esercizio e investimenti le risorse necessarie, se il travaso è talmente elevato da comportare penalizzazioni evidenti sul personale e – sottolinea Rossi – inaccettabili scostamenti dalle carriere».

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