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La stretta sul debito si estende a tutti i comuni

PADOVA – Nuovo limite all’indebitamento per le province e per tutti i comuni, senza nessuna esclusione per gli enti non soggetti al patto di stabilità interno. È una delle novità più rilevanti spuntate per i sindaci dal maxiemendamento del governo alla legge di stabilità, in discussione alla Camera. La nuova norma ricalca il progetto emerso nelle settimane scorse (si veda Il Sole 24 Ore del 17 ottobre), ma lo estende a tutti i comuni: dal 2011 sarà vietato accendere mutui o altre forme di finanziamento se queste fanno salire la spesa per gli interessi sopra l’8% delle entrate dei primi tre titoli (tributi, trasferimenti ed entrate extratributarie, come i canoni e le tariffe). Il parametro andrà calcolato rispetto al consuntivo del penultimo anno, per cui il limite 2011 sarà riferito ai valori registrati nel bilancio 2009. Esteso a tutti i comuni, il nuovo tetto dimezza nei fatti la vecchia disciplina, fissata nell’articolo 204 del Dlgs 267/2000, che bloccava i mutui quando il peso degli interessi saliva sopra il 15% delle entrate dei primi tre titoli. La nuova disciplina generale dell’indebitamento non è l’unica sorpresa spuntata ieri dal cantiere della legge di stabilità. Alla Camera è stato infatti bocciato l’intervento che avrebbe prorogato per i prossimi tre anni la deroga che consente di destinare al finanziamento della spesa corrente il 75% degli oneri di urbanizzazione. La partita è molto sentita dai sindaci, perché vale circa 1,5 miliardi che, in assenza della proroga, non potrebbero più essere destinati all’equilibrio di parte corrente. «Sappiamo bene ? spiega il presidente dell’Anci, Sergio Chiamparino ? che finanziare la spesa corrente con un’entrata straordinaria come gli oneri di urbanizzazione è sbagliato in termini di principio, ma i bilanci vanno fatti anche nel 2011 e in queste condizioni, fra tagli e manovra, non è possibile». Per questa ragione l’Anci torna alla carica e chiede un aggiornamento della deroga, che anche nel prossimo triennio divida la quota libera degli oneri fra un 50% da destinare genericamente alla spesa corrente e un ulteriore 25% da dedicare alla manutenzione ordinaria del patrimonio comunale. Se dovesse essere riconfermata l’incompatibilità per materia, dovuta la fatto che la legge di stabilità non contiene norme a cui agganciare la proroga, rimarrebbe comunque l’ultimo treno legato al decreto di fine anno, perché il maxiemendamento presentato dal governo non risolve comunque tutte le partite aperte. La spesa corrente diventa la protagonista indiscussa anche nei nuovi meccanismi di calcolo del patto di stabilità (sui “correttivi” governativi e la bocciatura dei sindaci si veda l’altro articolo a pagina 5). Il criterio di base rimane lo stesso, impostato sulla competenza mista che tiene conto della competenza di parte corrente e della cassa di conto capitale. L’obiettivo generale, uguale per tutti i comuni, è quello di raggiungere il “saldo zero” così calcolato, ma su questa base si innesta il secondo obiettivo, diverso per ogni ente: il miglioramento del saldo imposto dalla manovra, secondo il maxiemendamento del governo, si otterrà applicando una percentuale (l’11,4% nel 2011 e 14% nel 2012 e 2013 per i comuni; 8,3% nel 2011 e 10,7% nel 2012 e 2013 per le province) alla spesa corrente media registrata nel triennio 2006/2008. Il meccanismo, che contiene un “premio” implicito a chi ha esternalizzato molto, nasce nel tentativo di evitare penalizzazioni eccessive per gli enti che negli anni passati hanno avuto picchi di entrate non ripetibili, e che di conseguenza non riuscirebbero a raggiungere l’obiettivo chiesto dalla manovra. Scopo non raggiunto secondo i sindaci, che infatti chiedono di prorogare l’esclusione dal patto dei proventi da alienazioni immobiliari e dividendi straordinari delle società. Il maxiemendamento del governo, infine, conferma il blocco della leva fiscale (con l’eccezione della Tarsu) fino all’attuazione effettiva del federalismo fiscale.

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