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Contributo per 34mila «paperoni»

Fonte: Il Sole 24Ore

A volte ritornano. Nel correttivo governativo alla legge di conversione della manovra bis deciso ieri dall’Esecutivo al termine del vertice a Palazzo Grazioli rispunta il «contributo di solidarietà», che era sparito dal pacchetto anti-crisi per l’ostilità mostrata a più riprese dallo stesso presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Nella nuova versione, comunque, il contributo è decisamente più modesto sia dal punto di vista della platea interessata, limitata a chi dichiara un reddito complessivo (prima casa esclusa) superiore a 300mila euro, sia nella richiesta, pari al 3 per cento della quota di entrate che superano la soglia. In una prima versione, all’uscita del vertice di maggioranza, il confine fra chi paga e chi no era stato fissato ancora più in alto, a quota mezzo milione, ma è stato poi il consiglio dei ministri ad abbassare l’asticella a 300mila: evidentemente gli 11mila contribuenti interessati dalla prima versione, che avrebbero portato nelle casse dello Stato meno di 80 milioni all’anno, rappresentavano un aiuto troppo piccolo per giustificare il ripensamento su una misura che aveva dato vita a un dibattito acceso al suo comparire. In tutto, da qui al 2013 quando i piani del Governo prevedono il raggiungimento del pareggio di bilancio, saranno 34mila (vale a dire 75 contribuenti ogni 100mila) a dover mettere mano al portafoglio per aiutare gli affaticati conti pubblici italiani a raggiungere l’obiettivo del saldo zero: mancano al momento numeri ufficiali sul gettito di questa super-Irpef 2.0, ma sulla base delle cifre circolate con la prima versione si può stimare che la solidarietà non dovrebbe portare più di 150-200 milioni all’anno, cioè intorno al 5% dei proventi calcolati (troppo generosamente secondo il servizio Bilancio del Senato) dalla relazione tecnica al contributo prima versione. Vista la freddezza con cui era stato accolto anche all’interno della maggioranza, del resto, era difficile che il nuovo upgrading dell’emergenza finanziaria spingesse il Governo a tornare interamente indietro sui propri passi. Oltre che nelle cifre, il contributo di solidarietà emerso ieri offre qualche significativa novità anche nel meccanismo. Il reddito di riferimento sarà quello complessivo, ma depurato dell’abitazione principale, che quindi mantiene la propria franchigia fiscale assoluta. Anche il nuovo contributo sarà deducibile ma, a quanto si apprende dal dipartimento delle Finanze, lo sconto dal reddito si applicherà nello stesso anno del pagamento, e non in quello successivo. In pratica, un reddito da 310mila euro paga un contributo da 300 euro, ma l’imponibile dello stesso anno su cui si paga l’Irpef “normale” e le addizionali regionali e comunali scende a 309.700 euro, producendo quindi uno sconto sulle imposte ordinarie. Le cifre, ovviamente, diventano più consistenti al crescere del reddito, ma il principio non cambia: grazie alla deduzione il contributo lordo arriva quasi a dimezzarsi, perché abbassa l’imponibile e quindi si traduce in un “risparmio” in termini di Irpef nazionale e di addizionali: in media, insomma, il 44,7% dell’obolo pagato alla solidarietà nazionale ritorna subito in termini di imposte non pagate a Stato, Regione e Comune. A quanto si apprende, il nuovo contributo si applicherà anche a dipendenti pubblici e pensionati: in effetti la versione uscita dal vertice di maggioranza, quella a 500mila euro, non prevedeva esclusioni, e si rivolgeva a una platea composta per il 56% da dipendenti privati, per il 39% da autonomi e per il 5% da statali. Con la soglia di reddito da 300mila euro, però, il numero dei dipendenti pubblici colpiti cresce ben oltre le 550 unità interessate dalla prima versione; per loro e per i pensionati, se non si introducono esenzioni sarebbe in vista un doppio contributo di solidarietà: quello che taglia del 5% la quota di reddito superiore a 90mila euro e del 10% quella sopra i 150mila, e quello nuovo rispuntato ieri. Un disguido che il contributo previsto nella versione originale della manovra aveva evitato, perché il suo ingresso abrogava le misure precedentemente introdotte sui redditi, e che rischia di rinfocolare polemiche e minacce di ricorsi alla Corte costituzionale.

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