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Comuni, il rebus dei tagli alla spesa

Un difficile e precario equilibrio tra risparmi da conseguire e imposte da aumentare. Camminano su questo sottilissimo crinale i comuni alle prese con i conti da far quadrare, alla luce dei tagli imposti dalla spending review, ma anche delle incertezze legate alle sorti dell’Imu e al debutto della Tares. L’esempio viene da tre grandi città – Milano, Roma e Napoli – dove sindaci e giunte stanno ingegnandosi per tagliare dove possibile, in modo da evitare al minimo il ricorso alla leva fiscale, che significa aumento delle aliquote delle imposte e crescita dei costi dei servizi, dai prezzi dei biglietti dei trasporti alle rette degli asili nido.

Un mix complicato da trovare. Sul tutto incombe la spending review varata dall’Esecutivo Monti con il decreto legge 95 del 2012, che ha tolto ai comuni 500 milioni nel 2012 e ne chiede molti di più quest’anno: la cifra in ballo è di 2,25 miliardi, che diventeranno 2,5 nel 2014 e 2,6 a partire dal 2015 (ma sugli importi futuri pesa la fase 2 della revisione della spesa che il Governo sta mettendo a punto e che confluirà nella legge di stabilità). Importi tagliati al fondo sperimentale di equilibrio e a quello perequativo.

Le minori risorse provenienti da Roma devono, in qualche modo, trovare copertura. Ed ecco, quindi, che nelle amministrazioni locali si attiva la spending review interna, con la riduzione degli sprechi, gli interventi sul personale (blocco del turnover), la riorganizzazione delle società partecipate, la rimodulazione della spesa per gli affitti, la decurtazione dei budget degli assessorati. Sono le misure più comuni – come si può vedere anche dalle esperienze delle tre metropoli – a cui ricorrono i comuni per non far saltare i bilanci. Manovre che quasi mai bastano a tamponare le perdite. Per far quadrare i conti occorre, pertanto, ricorrere anche all’amara medicina dell’aumento dei tributi.

Tutto questo in uno scenario di grande incertezza. Perché in primavera sono cambiate le regole per calcolare quanto la revisione della spesa costerà a ciascun comune. Secondo la manovra Monti della scorsa estate, i tagli della spending review si dovevano calcolare in proporzione alla media delle spese per consumi intermedi sostenute da ciascun comune nel 2010. Dati acquisiti attraverso il Siope (Sistema informativo sulle operazioni degli enti pubblici), la banca dati della Ragioneria dello Stato in cui sono contenuti i pagamenti effettuati dalle pubbliche amministrazioni.

Il meccanismo è, però, stato cambiato in corso d’opera. La modifica è arrivata quest’anno con il decreto legge 35, uno degli ultimi atti del Governo Monti. «Hanno accolto le nostre rimostranze – spiega Guido Castelli, sindaco di Ascoli Piceno che all’interno dell’Anci ha la delega per la finanza locale -. L’impianto studiato dal commissario per la spending review Enrico Bondi aveva, infatti, sollevato parecchie critiche. Fare riferimento a un anno secco poteva generare più di un problema. Magari un comune poteva essersi trovato nel 2010 ad aver sostenuto una spesa eccezionale, falsando in questo modo il meccanismo di rilevazione su cui parametrare i tagli. Dunque, con il Dl 35 si è adottato come criterio quello di un arco temporale più ampio: il triennio 2010-2012». Regola che si applica a partire da quest’anno.

Di fatto, si è avuto certezza del cambio di rotta solo a inizio giugno, con la conversione in legge del decreto. «A quel punto – aggiunge Castelli – molti comuni avevano già fatto i loro conti secondo il sistema dell’anno secco. Ora si tratta di rimettere mano ai calcoli sulla base del nuovo criterio e se per diverse amministrazioni questo può significare minori tagli, per tante altre, invece, può dover dire perdite ancora più pesanti di quelle stimate. Oltre all’incombenza di dover ripensare i bilanci, c’è anche l’incognita di non sapere quali variazioni apportare. Il decreto che deve dire l’esatta entità della revisione di spesa per ciascun comune è ancora latitante. I ragionieri dei municipi tremano: nonostante queste incertezze l’operazione spending review va completata entro l’anno, ma le amministrazioni hanno esigenze di pagamento ben più ravvicinate».

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