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Via libera al federalismo municipale

ROMA – Dopo 113 giorni di repliche ininterrotte la pièce sul fisco municipale esce dal cartellone dei lavori parlamentari e si avvia a Palazzo Chigi. Grazie al sì dell’aula di Montecitorio che ha approvato ieri con 314 voti a favore (Pdl, Lega e responsabili), 291 contrari (Pd, Idv e terzo polo) e due astenuti (Svp) la fiducia sul quarto decreto attuativo del federalismo. Il provvedimento dovrà ora essere licenziato in via definitiva dal consiglio dei ministri ed andare al Colle per la firma del capo dello stato. Forse già oggi. Condurre in porto il testo che, dal 2011, istituisce la cedolare secca sugli affitti e sblocca l’addizionale comunale all’Irpef mentre, dal 2014, introduce l’imposta municipale sugli immobili (Imu) al posto dell’Ici è stato tutt’altro che semplice. Sin dall’inizio, visto che il governo ha dovuto utilizzare non solo la proroga di 20 giorni per il via libera in bicamerale ma anche passare per i tempi supplementari dinanzi alle Camere dopo il 15 a 15 registratosi in commissione il 3 febbraio scorso, e fino alla fine. Come testimoniato dalle ore convulse che hanno preceduto l’ok dell’emiciclo. Per portare a casa quello che il leader leghista Umberto Bossi ha definito «un giro di mattoni in più» in attesa di arrivare «al tetto», il Carroccio si è detto pronto a concedere anche una proroga di quattro mesi sulla scadenza dell’intera delega. Che passerebbe così dal 21 maggio al 21 settembre. Ad annunciarlo è stato Roberto Calderoli, al termine di un incontro con i «Popolari d’Italia domani» dell’ex-udc Saverio Romano. Ottenuta «l’approvazione definitiva del fisco regionale e provinciale» e fermo restando l’iter degli altri tre dlgs già in rampa di lancio, ha spiegato il ministro della Semplificazione, verrà proposta al Cdm «un’iniziativa legislativa» per l’ampliamento dei termini. Lo slittamento servirà per eventuali provvedimenti correttivi o integrativi, ad esempio sulle risorse e le funzioni di Roma capitale. Ma così facendo Calderoli ha concesso alla parte più riottosa dei responsabili ciò che ha sempre negato al terzo polo. Una richiesta di avere sei mesi in più per l’attuazione era stata avanzata dal finiano Mario Baldassarri durante l’esame a Palazzo Madama del milleproroghe. Senza successo. A chi glielo ha fatto notare il ministro leghista ha risposto di guardare alle «motivazioni» delle cose: «Se è per fare melina è un conto, se è una richiesta seria siamo responsabili». In realtà qualche fibrillazione ieri c’è stata anche con l’Mpa. Che in un primo momento aveva minacciato di astensione e poi è uscita dall’aula. Allo stesso modo è rientrata la temuta diaspora dei deputati di «Forza Sud» dopo che è giunta «l’assoluta garanzia da parte del ministro Romani sulla modifica del ddl riguardante le fonti di energia rinnovabili (su cui si veda altro articolo a pagina 25, ndr)», come ha spiegato Gianfranco Miccichè. Ferma sul no si è invece confermata l’opposizione. I toni più duri li ha usati il segretario democratico Pier Luigi Bersani». Nel rimproverare al Carroccio di non aver seguito alcun «filo logico», Bersani ha chiesto: «Perché andate così alla svelta su una riforma che si applica in 7 anni? Perché la Lega sente che i tempi stringono e vuol portare a casa la bandierina, e Berlusconi ha bisogno di sopravvivere e ha bisogno di voti per i suoi processi». A sua volta il leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini, ha accusato: «È solo uno spot della Lega, un pasticcio che crea confusione e danni, aumenta le tasse. E rischia di sfasciare il paese». E qualche voce critica si è levata anche dai sindaci. Il presidente di Legautonomie Marco Filippeschi ha rivolto un appello ai parlamentari a non appoggiare un provvedimento «pericoloso per gli enti locali». Opposti i toni tra i banchi della maggioranza. Dove, poco prima del voto, si è andato a posizionare anche il premier Silvio Berlusconi con una pochette verde-Lega al taschino. Dagli scranni del Carroccio, divenuti nel frattempo una curva da stadio, il via libera al decreto è stato accolto con un coro «Bossi, Bossi» e lo sventolio dei vessilli del Nord. Se l’esecutivo uscirà rafforzato dal responso di ieri lo si vedrà da qui in avanti. Nonostante l’euforia del momento, Bossi non si è sbilanciato sulle sorti della legislatura: «Noi vogliamo completare il federalismo, poi vediamo. Stiamo coi piedi per terra». Più fiducioso il Cavaliere secondo cui la maggioranza è ben oltre quota 314. «Sono tranquillissimo – ha garantito -, sappiamo che ci sono persone in missione e due sono malati. Se no la maggioranza è di 322».

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